Pensioni, verso l’aumento di gennaio tra rivalutazione e possibile taglio delle tasse. Ecco quali possono essere gli importi.
Anche il prossimo gennaio le pensioni dovrebbero beneficiare di un aumento che sarà più o meno elevato a seconda di quelle che saranno le decisioni prese in sede di legge di Bilancio 2027.
Per adesso l’unica certezza è data dalla rivalutazione delle pensioni, quel meccanismo che adegua gli assegni al costo della vita. In parole semplici, si prende il tasso di inflazione medio accertato dall’Istat per gli ultimi 12 mesi e lo si applica sul valore lordo della prestazione, con limitazioni per coloro che hanno un assegno che supera le 4 volte del valore dell’Assegno sociale.
Per quest’anno, a causa dell’aumento dei costi dell’energia, in particolare dei carburanti, dovuto alla guerra in Iran, l’inflazione è tornata a crescere inesorabilmente, pertanto è lecito aspettarsi un aumento più sostanzioso rispetto a quello dello scorso anno.
A questo potrebbe appunto affiancarsi una revisione del sistema di imposizione fiscale che, secondo le ultime anticipazioni, potrebbe contare di due diverse misure: un taglio dell’Irpef e una detassazione sulla tredicesima. Misure che se confermate potrebbero garantire un netto più alto anche a parità di lordo, sostenendo così il potere d’acquisto dei pensionati.
Per rispondere alla domanda su quanto aumentano le pensioni, però, bisogna tener conto di diverse variabili che necessitano di tempo per maggiore chiarezza: da una parte il valore percentuale della rivalutazione, dall’altra appunto le decisioni che verranno prese in legge di Bilancio, per le quali molto dipenderà dalle risorse a disposizione.
Per adesso, quindi, possiamo limitarci a delle stime, giusto per farci un’idea di come possono cambiare le pensioni laddove tutte le variabili dovessero incastrarsi. Ecco una panoramica aggiornata.
Di quanto possono cambiare le pensioni con la rivalutazione
Per conoscere il valore esatto della rivalutazione bisognerà attendere l’autunno, quando sarà più chiaro l’andamento dell’indice Foi senza tabacchi utilizzato per adeguare le pensioni al costo della vita. Una prima indicazione arriva però dal Documento di finanza pubblica, nel quale il governo stima per il 2026 un’inflazione del 2,8%.
È bene precisare che questa previsione non coincide necessariamente con l’indice che verrà utilizzato per la rivalutazione. Tuttavia, qualora il dato venisse confermato, l’aumento sarebbe decisamente più consistente rispetto all’1,4% riconosciuto nel 2026.
Con una rivalutazione al 2,8% il trattamento minimo salirebbe dagli attuali 611,85 euro a circa 628,98 euro, guadagnando poco più di 17 euro al mese.
Anche per le pensioni fino a 4 volte il trattamento minimo (si prende il valore corrente e non quello rivalutato), quindi entro una soglia di circa 2.447 euro lordi mensili, la rivalutazione sarebbe piena. Un assegno da 1.000 euro aumenterebbe così di 28 euro lordi al mese, mentre su una pensione da 1.500 euro l’incremento sarebbe di 42 euro. Con un importo di 2.000 euro, invece, si arriverebbe a 56 euro in più.
Ricordiamo poi che sopra questa soglia l’aumento verrebbe progressivamente ridotto: sulla parte compresa tra 4 e 5 volte il minimo si applicherebbe il 90% del tasso, mentre su quella che supera le 5 volte il minimo si scenderebbe al 75%.
Quanto può cambiare con il taglio delle tasse?
Più incerta è invece la partita che riguarda il taglio delle tasse, visto che in questo caso bisognerà attendere le decisioni del governo in sede di legge di Bilancio. Tra le ipotesi più recenti c’è la riduzione dal 23% al 22% dell’aliquota Irpef applicata sul primo scaglione di reddito, quindi sulla parte che non supera i 28.000 euro.
Ad anticipare questa possibilità è stato Marco Osnato, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Finanze della Camera, l’organo parlamentare che si occupa dei provvedimenti in materia fiscale. Lo stesso Osnato ha comunque precisato di non avere il potere di decidere quali misure verranno introdotte dal governo, visto che molto dipenderà dalle risorse effettivamente disponibili.
Qualora la riduzione di un punto dell’Irpef venisse confermata, il vantaggio teorico sarebbe di circa 150 euro l’anno per un pensionato con un reddito imponibile di 15.000 euro, 200 euro con 20.000 euro e 250 euro nel caso di 25.000 euro. Il beneficio massimo sarebbe invece di 280 euro l’anno e verrebbe raggiunto con un reddito di almeno 28.000 euro. Distribuito sui 13 ratei della pensione, si tratterebbe di un aumento medio compreso tra circa 11,50 e 21,50 euro netti al mese.
Per le pensioni più elevate si valuta anche la possibilità di spostare da 50.000 a 60.000 euro il limite del secondo scaglione Irpef. Sulla parte di reddito compresa tra queste due soglie l’aliquota scenderebbe così dal 43% al 33%, con un risparmio di 500 euro per chi percepisce 55.000 euro l’anno e fino a 1.000 euro per chi arriva almeno a 60.000 euro.
A parte c’è poi la possibile flat tax sulla tredicesima. L’ipotesi più favorevole prevede un’aliquota del 10% per i redditi fino a 30.000 euro: il risparmio sarebbe di circa 150 euro con un reddito di 15.000 euro, 200 euro con 20.000 euro e 250 euro con 25.000 euro, fino a raggiungere un massimo di 500 euro.
Ovviamente in questo caso il beneficio non si vedrebbe sulla pensione di gennaio, ma arriverebbe tutto insieme con la tredicesima di dicembre.