I dati dell’Istat sono chiari: “Nel 2022 il valore dell’economia non osservata cresce di 17,6 miliardi, segnando un aumento del 9,6% rispetto al 2021 (+8,4% la crescita del Pil corrente). L’economia sommersa (ovvero al netto delle attività illegali) si attesta a poco meno di 182 miliardi di euro, in crescita di 16,3 miliardi rispetto all’anno precedente, mentre le attività illegali sfiorano i 20 miliardi.”
Quanta quota di “nero” potrebbe emergere in Italia sugli oltre 201 mld di euro?
L’emersione ovviamente sarebbe, a livello di introiti fiscali, minore a partire dalla eliminazione delle attività illegali (20 mld) oltre a quelle attività economiche che chiuderebbero insieme all’effetto indiretto indotto da minori consumi derivanti dall’utilizzo del sommerso nell’economia reale. Non c’è una cifra certa ma sui 200 mld nelle casse dello stato potrebbero arrivarne molto pochi.
L’evasione/elusione fiscale sono, giustamente, l’ossessione del fisco italiano, come evidenziato dal vice ministro Maurizio Leo: “Sulle plusvalenze da bitcoin la ritenuta aumenta dal 26% al 42%; sui ricavi da web tax lavoriamo eliminando tetto di 750 mila euro e la parte prodotta in Italia relativa a 5 milioni, quindi eliminiamo le soglie". Quanti saranno gli introiti eventuali di questa manovra per le casse dello stato? Intanto è bene chiarire che lo stato stia puntando sulla tassazione del reddito e non del patrimonio.
Non è un punto da sottovalutare, come sottolineato da Dino Crivellari: “A parte la difficoltà di individuare e quindi calcolare la materia imponibile, una patrimoniale avrebbe senso soltanto se colpisse esclusivamente il 10% più ricco della popolazione. Ma introdurre questo criterio di tassazione può generare comportamenti evasivi ed elusivi, oltre che esportazione dei capitali all’estero. Quindi l’unica base imponibile di facile aggredibilità resterebbero gli immobili che non sono la parte preponderante delle ricchezze più grandi, concentrate invece sulle attività finanziarie, meno facilmente individuabili. Gli immobili, però, di per sé , non producono ricchezza se non per affitti o rendite che dovrebbero essere già tassate. Quindi la liquidazione della tassa patrimoniale sarebbe assolta attingendo a disponibilità finanziarie di altra origine. Qui si pone il problema che per avere un gettito sufficientemente elevato diventa necessario colpire anche i patrimoni relativamente modesti, ma sufficientemente diffusi, per esempio patrimoni immobiliari superiori ad 1 milione di euro. Questo determinerebbe che un numero molto elevato di contribuenti verrebbe coinvolto, il che è politicamente controproducente. Ma quel che appare poco sostenibile è che per far fronte alla nuova tassa bisognerebbe attingere a fonti finanziarie alimentate da redditi già tassati. Il che appare ancora meno sopportabile. Se queste riflessioni fossero corroborate da dati numerici al momento non disponibili, l’ipotesi di una patrimoniale potrebbe perdere di realizzabilità. Sarebbe invece più opportuno, equo e sostenibile che si adottassero politiche fiscali più progressive, ma indirizzate sui redditi piuttosto che sui patrimoni aumentando le aliquote su scaglioni di reddito più elevati di quelli oggi adottati.”
A sostegno della tesi del pericolo che una patrimoniale possa determinare una riduzione degli introiti invece di un aumento, c’è l’esempio della Norvegia che ha intrapreso questo percorso nel 2022, in un mondo globalizzato e connesso: “The Norwegian Labour coalition government which took office in 2021 increased the wealth tax in the State Budget for 2022 (as adopted in autumn 2021) by a combination of increased tax rates and reductions in the tax rebates, further aggravated by various measures in the 2023 State Budget. The maximal nominal tax rate was set to 1.1 per cent. In addition, dividend tax was increased by approx. 20%, which amplifies the effects as wealth tax often has to be financed by taking out dividends. As a result, around 80 affluent business owners left Norway and moved to Switzerland.” Risultato: da 146 mln di introiti previsti, c’è stata una fuga di 54 mld di patrimonio all’estero e una conseguente perdita lorda di 594 mln di entrate, netta di 448 mln.
La proposta, con la scusa demagogica di combattere nero e fare cassa, di aumentare la tassazione sul bticoin a 42% è segno di forte ignoranza della materia da parte del legislatore e dell’Agenzia delle Entrate, come sottolineato da Stefano Capaccioli: “Nulla importa se l’Unione Europea, i vari enti regolatori sovrannazionali, il Parlamento Europeo, abbiano dato indicazioni o nozioni. In effetti, alcuni paesi notoriamente “paradisi fiscali”, quali Francia e Germania, stanno cercando di attirare (e riescono a farlo) i principali attori sia quali exchanger ed emittenti di e-money token. Altri paesi più “canaglia” (Germania, Portogallo e Slovenia) detassano, addirittura.”
Per ulteriori approfondimenti è bene leggere Una lettera aperta al MEF e al Governo sulla tassazione delle plusvalenze per le criptovalute: “L’aumento nel 2025 dell’imposta sostitutiva sulle plusvalenze cripto al 42%, dal 26% usuale per le rendite finanziarie, sarebbe fiscalmente discriminatorio e quindi iniquo, probabilmente anche incostituzionale. Violerebbe, infatti, i principi più basilari di equità fiscale e di uguaglianza introducendo una distinzione tra gli investimenti diretti in cripto-attività, tassati al 42%, e gli investimenti indiretti tramite fondi d’investimento (ETF, ETP, ETC, ecc.) e strumenti derivati che rimarrebbero al 26%. Inoltre, la scarsa propensione al risparmio dei giovani è oggetto di continui interventi di educazione finanziaria. La lontananza fra il mondo degli intermediari finanziari e i nativi digitali non aiuta: le cripto fanno invece parte del mondo di questi ultimi che ci investono i loro risparmi. Ha senso colpire lo strumento di investimento privilegiato dalla loro generazione?”
Come se ne esce? L’Italia ha un alto patrimonio privato che andrebbe convertito in investimenti nell’economia reale, con un introito fiscale maggiore per un aumento dei redditi da lavoro e di impresa ( = maggiori consumi, maggiore domanda interna, maggiore crescita del pil) e meno da redditi da capitali. La tassazione dei patrimoni è pura utopia, quella delle rendite finanziarie legate a criptovalute o dei redditi che vanno all’estero vede difficoltà e ostacoli pragmatici difficilmente superabili. Il fisco dovrebbe incoraggiare il contribuente, soprattutto quello più facoltoso, a trasformare il patrimonio reale immobiliare e finanziario in investimenti in economia reale che, anche se tassati di più, comunque più remunerativi per la massa degli introiti (a patto di agevolazioni fiscali per chi aderisse alla “transizione patrimonio-reddito”).
Quindi incentivi fiscali per chi trasformi il patrimonio in flussi di reddito per la collettività, potrebbe essere una soluzione. E se lasciassimo la questione in mano all’AI che soluzioni potrebbe proporre, per avere maggiori introiti fiscali per lo stato? Per ora accontentiamoci dell’intelligenza artigianale del fisco.