Pagheremo caro, ancora una volta, il riequilibrio commerciale americano

Guido Salerno Aletta

11/03/2025

L’euro, lo yen e lo yuan devono rivalutare per consentire un riequilibrio della bilancia commerciale americana: con le buone, o con i dazi

Pagheremo caro, ancora una volta, il riequilibrio commerciale americano

L’America di Trump ha innescato un processo di profonda ristrutturazione degli equilibri mondiali, sia sul piano geopolitico che su quello degli equilibri economici: a fine 2023 la posizione finanziaria netta degli Usa era precipitata a -23.623 miliardi di dollari, un saldo negativo sbalorditivamente pesante e mai cosí grave, frutto di uno squilibrio strutturale dei conti commerciali dell’ordine di 1.000 miliardi di dollari annui.

Questo è un problema che non è mai stato risolto, e che quindi si ripresenta ciclicamente imponendo al resto del mondo sconquassi profondi.
Già nel 1971, il Presidente Richard Nixon ripudió senza alcun preavviso l’obbligo che incombeva agli Usa sulla base degli Accordi di Bretton Woods di convertire in oro i suoi saldi internazionali passivi: da allora in poi, i dollari rimasero solo dei pezzi di carta stampata in verde, custoditi nei caveau delle Banche centrali che li avevano inutilmente accumulati contando di ottenere in cambio i lingotti di Fort Knox.

I dazi imposti da Nixon e la brusca svalutazione del dollaro durarono poco, perché subentró una lunga stagione di stagflazione, con i prezzi che crescevano mentre l’economia rimaneva ferma al palo: la spesa pubblica aggiuntiva finanziata in disavanzo non riusciva a trainare la produzione, ma soli i prezzi.
Si arrivò così alla drammatica cura monetaria di Paul Volker, il Governatore della Fed che sin dai primi anni Ottanta aumentò i tassi di interesse a livelli mai visti prima: se l’obiettivo di stroncare l’inflazione fu conseguito, dopo che in termini reali era stato portato dal -1,56% del 1980 all’8,8% del 1983, le conseguenze sull’economia americana e mondiale furono pesantissime.

Le fabbriche statunitensi chiusero i battenti per la insostenibilità dei costi finanziari, delocalizzando in Messico dove almeno i costi del lavoro erano bassissimi; in Europa, i tassi di interesse furono elevati per limitare una fuga incontrollabile dei capitali al di là dell’Atlantico, ma questo allineamento dei tassi fece esplodere l’onere del debito pubblico di Paesi fortemente indebitati come l’Italia e fece saltare i conti di tutte le imprese che avevano proceduto a grandi investimenti nel Mezzogiorno. Dalla chimica di base alla siderurgia, fu un fallimento dopo l’altro: tutta colpa dei tassi di interesse alle stelle decisi in America e copiati in Europa.

Nel 1985 si ricominció. Il Presidente Ronald Reagan si era entusiasmato per la Curva di Laffer e per il Programma di Scudo Spaziale: tagliando le imposte sui redditi più elevati e facendo esplodere le spese militari, fece schizzare alle stelle il deficit federale. La combinazione con gli alti tassi di interesse, che attiravano capitali sul dollaro, fece aumentare il potere di acquisto della valuta americana e peggiorare nuovamente il saldo commerciale americano con l’estero: e cosí, i Ministri del Tesoro ed i Governatori delle Banche centrali del G5 (Usa, GB, Francia, Germania e Giappone) decisero di far svalutare il dollaro e rivalutare le altre monete. Questa manovra era accompagnata dall’impegno ad una reflazione interna dei Paesi europei e del Giappone, finanziata aumentando i deficit pubblici: solo cosí si poteva ridurre la pressione verso le esportazioni negli Usa.

Mentre la Germania si era rifiutata di fare da locomotiva rispetto alle altre economie europee, volendo mantenere il suo potenziale di indebitamento intatto in vista della tanto agognata Riunificazione tedesca che avrebbe richiesto ingentissimi capitali, il Giappone perse il controllo degli aggregati: i suoi capitali si erano riversati sul Nikkei e sugli immobili, creando una immensa bolla che deflagró con danni immensi.
Nel 1992 partí l’assalto al Sistema Monetario Europeo: la prospettiva di una Costituzione europea era troppo pericolosa. Dopo che la Germania aveva alzato i tassi di interesse per raccogliere i capitali necessari per la Riunificazione, ci pensó la speculazione internazionale guidata dal finanziere americano George Soros a sconvolgere l’assetto monetario del Vecchio Continente: la lira sterlina e la lira italiana svalutarono ed il progetto della moneta unica, che era stato deciso a Roma nel Consiglio dei ministri informale del 27-28 ottobre 1990, dovette essere rinviato di dieci anni.

Nel 2001 ci furono tre altri sconvolgimenti, tutti ancora una volta originati negli Usa: l’ingresso della Cina nel Wto, che era stato voluto a tutti i costi dal Presidente Bill Clinton immaginando di trasformarla in una sorta di Colonia come l’India per l’Impero britannico; lo scoppio della bolla del Nasdaq e l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre.
Nel 2008, l’accumulo forsennato dei debiti da parte delle famiglie americane, una strategia voluta per nascondere lo stato di povertà dilagante, fece scoppiare la bolla dei mutui sub-prime: i crediti sottostanti, che erano stati cartolarizzati e venduti all’estero, soprattutto alle Banche del Nord Europa, si dimostrarono improvvisamente insussistenti. Le perdite europee furono colossali: ancora una volta i problemi americani erano stati scaricati al di là dell’Atlantico.

Arriviamo ai giorni nostri: i Quantitative Easing della Fed, praticamente ininterrotti fino al termine della epidemia di Covid, hanno finanziato con nuova liquidità il nuovo debito federale americano, mentre le politiche espansive di spesa della Presidenza Biden lo andavano accrescendo anche per via dei più alti tassi di interesse decisi dalla Fed per combattere l’inflazione.
In più, gli alti tassi di interesse sul dollaro ne accrescevano l’appetibilità, facendolo rivalutare: di qui il maggior potere di acquisto delle famiglie americane e l’impossibilità di ridurre il disavanzo commerciale americano, nonostante i dazi imposti dalla prima Amministrazione Trump alla Cina. Le triangolazioni elusive verso il Vietnam e gli altri Stati del Pacifico avevano avuto ragione di ogni tentativo di riequilibrio.

A quarant’anni dagli Accordi del Plaza, Trump alza la voce, come fece Reagan. L’euro, lo yen e lo yuan devono rivalutare per consentire un riequilibrio della bilancia commerciale americana: con le buone, o con i dazi.
Il mondo si è arricchito per anni vendendo all’America, che è esausta di debiti: ancora una volta, tutto torna.