Oro vs Petrolio, 50 anni di dati svelano una statistica shock a maggio

Gerardo Marciano

2 Maggio 2026 - 16:54

Oro o petrolio a maggio? La storia favorisce l’oro: più regolare, meno volatile e più solido anche con dollaro forte e inflazione ancora difficile da domare.

Oro vs Petrolio, 50 anni di dati svelano una statistica shock a maggio

Quando due asset accelerano insieme, il mercato tende a semplificare tutto. Si guarda il grafico recente, si misura la forza del rialzo e si finisce quasi sempre per premiare ciò che appare più potente nell’immediato. È una scorciatoia comprensibile, ma spesso ingannevole.

Maggio, per chi osserva le commodity, è uno di quei mesi in cui la superficie racconta solo una parte della storia. Il primo quadrimestre si è già chiuso, molte tendenze hanno espresso gran parte della loro energia e ciò che sembrava lineare inizia a complicarsi. È il momento in cui il calendario pesa quasi quanto il prezzo.

Per questo il confronto tra oro e petrolio non va letto solo in termini di slancio. Conta la qualità statistica del mese, conta il comportamento del dollaro e conta anche il modo in cui il mercato dei future trasmette il movimento all’investitore finale. È proprio mettendo insieme questi piani che emerge un quadro più chiaro.

Grafico 1 Grafico 1 Confronto tra rendimento medio e rendimento mediano di maggio per oro e WTI nel periodo 1983-2025. Il grafico evidenzia una media più alta per il petrolio, ma una struttura più regolare per l’oro.

La base statistica del confronto

Il primo passaggio consiste nel separare l’apparenza dalla struttura. Sul periodo storico omogeneo 1983-2025, l’oro ha registrato a maggio un rendimento medio di circa +0,42%, con una mediana positiva di circa +0,15%, una frequenza di mesi positivi del 55,8% e una volatilità intorno al 3,74%. Il WTI, nello stesso tratto temporale, ha mostrato un rendimento medio più alto, circa +1,73%, ma con una mediana negativa di circa -0,32%, una frequenza di mesi positivi del 48,8% e una volatilità superiore al 13%.

È qui che il confronto smette di essere intuitivo. Guardando solo la media, il petrolio sembrerebbe la scelta migliore. Ma la mediana racconta un’altra storia. Come mostra il Grafico 1, il WTI ha sì una media più brillante, ma costruita su una distribuzione molto più fragile, mentre l’oro presenta un profilo più regolare. La differenza non è marginale: significa che il petrolio ha beneficiato di alcuni maggi eccezionali, mentre l’oro ha costruito il proprio risultato su una maggiore continuità.

Grafico 2 Grafico 2 Percentuale di maggi chiusi in rialzo da oro e WTI nel periodo 1983-2025. La maggiore frequenza di esiti positivi dell’oro segnala una stagionalità più affidabile.

La stessa indicazione emerge dalla frequenza dei mesi positivi. Nel Grafico 2 si vede che l’oro chiude maggio in rialzo più spesso del petrolio. Non è un dettaglio statistico secondario. È il punto che distingue una stagionalità relativamente affidabile da un mese che può essere molto redditizio solo in alcune annate particolari.

Anche il boxplot dei rendimenti rende il quadro immediato. Il Grafico 3 evidenzia la forte dispersione del petrolio, con oscillazioni molto più ampie e code estreme decisamente più marcate. L’oro, al contrario, si muove dentro una struttura più compatta. In termini pratici, il metallo giallo tende a offrire un maggio meno spettacolare, ma anche meno dipendente dagli eccessi.

Grafico 3 Grafico 3 Distribuzione dei rendimenti di maggio per oro e WTI nel periodo 1983-2025. Il boxplot mostra la forte dispersione del petrolio e la maggiore compattezza statistica dell’oro.

Il vero significato della dispersione

Il punto decisivo è che una media elevata, da sola, non basta. Nel petrolio la distanza tra media e mediana è già un segnale di allarme: suggerisce che pochi anni fuori scala hanno alterato il valore medio del campione. La serie storica anno per anno lo conferma con grande chiarezza. Nel Grafico 4 i rendimenti di maggio del WTI appaiono molto più frastagliati, mentre quelli dell’oro, pur senza accelerazioni paragonabili nei migliori casi, seguono una traiettoria più leggibile.

Questa differenza cambia completamente il giudizio operativo. Il petrolio resta l’asset con il maggiore potenziale esplosivo. Ma una stagionalità, per essere davvero utile, non deve solo permettere grandi exploit: deve anche offrire una probabilità ragionevole di ripetersi. Da questo punto di vista l’oro parte con un vantaggio qualitativo.

Grafico 4 Grafico 4 Rendimenti di maggio anno per anno per oro e WTI nel periodo 1983-2025. La serie storica mette in luce il carattere più irregolare del petrolio rispetto al metallo giallo.

Cosa succede dopo un rally già molto forte

Il tema diventa ancora più interessante quando si guarda agli anni in cui le due commodity arrivano a maggio già reduci da un primo quadrimestre particolarmente brillante. È lo scenario che più assomiglia a quello del 2026.

Quando gennaio-aprile si colloca nel quartile più alto della storia, anche l’oro perde parte della sua solidità. In questi casi maggio mostra una media ancora leggermente positiva, ma una mediana marginalmente negativa e una frequenza di esiti positivi in calo al 46,2%. Non è un crollo della stagionalità, ma è un chiaro indebolimento.

Grafico 5 Grafico 5 Oro: relazione tra performance gennaio-aprile e rendimento di maggio nel periodo 1983-2025. Il grafico aiuta a valutare come si comporti maggio dopo un primo quadrimestre già molto forte.

Nel petrolio il deterioramento è più evidente. Dopo un forte rally iniziale, maggio mostra una media molto più modesta, una mediana negativa e una frequenza di mesi positivi attorno al 45,5%. I Grafici 5 e 6, che mettono in relazione il rendimento gennaio-aprile con quello di maggio, aiutano a visualizzare bene questo passaggio. Il mercato, in altre parole, non premia automaticamente chi ha già corso di più. Spesso accade il contrario: proprio l’eccesso di forza accumulato nei primi mesi rende maggio più instabile.

Questo elemento pesa particolarmente nel petrolio. Il WTI arriva infatti a maggio con una struttura storica già meno solida di quella dell’oro, e il rally pregresso tende a peggiorare ulteriormente il rapporto tra probabilità di successo e ampiezza del rischio.

L’elefante nella stanza: il Dollaro Index

C’è però un altro fattore che non può restare sullo sfondo. Sia oro sia petrolio sono espressi in dollari, quindi il comportamento del biglietto verde a maggio entra inevitabilmente nella lettura del mese.

Grafico 6 Grafico 6 WTI: relazione tra performance gennaio-aprile e rendimento di maggio nel periodo 1983-2025. La distribuzione dei punti evidenzia una fragilità più marcata del petrolio quando arriva a maggio dopo un rally già esteso.

L’analisi dello storico del Dollar Index mostra che, a maggio, il DXY ha registrato mediamente un rialzo di circa +0,58%, con una mediana di circa +0,66% e una frequenza di mesi positivi del 57,5%. In altre parole, il dollaro tende con una certa frequenza a rafforzarsi proprio in questa fase dell’anno. Non si tratta di un movimento travolgente, ma di una tendenza abbastanza chiara da meritare attenzione.

Questo punto aggiunge profondità al confronto. Un dollaro che si rafforza tende in teoria a mettere pressione a entrambe le commodity. Ma l’impatto non è identico. L’oro, soprattutto nelle fasi di avversione al rischio, può assorbire meglio questa pressione grazie alla sua natura di bene rifugio. Il petrolio, invece, soffre di più una combinazione in cui il dollaro sale e il mercato inizia a scontare un rallentamento della crescita o un irrigidimento delle condizioni finanziarie.

Il Grafico 7, dedicato al profilo rischio/rendimento di maggio, aiuta a sintetizzare proprio questo equilibrio. L’oro offre meno rendimento medio potenziale, ma lo accompagna con una volatilità molto più contenuta. Il petrolio è più esplosivo, ma la sua fragilità strutturale lo rende più esposto ai mesi in cui il dollaro o il contesto macro diventano ostili.

Grafico 7 Grafico 7 Confronto rischio/rendimento di maggio per oro e WTI nel periodo 1983-2025. Il petrolio offre un rendimento medio più elevato, ma accompagnato da una volatilità nettamente superiore.

Il dettaglio tecnico che cambia il petrolio per l’investitore retail

Nel caso del petrolio esiste poi una distinzione importante tra rendimento spot e rendimento effettivamente percepito da chi investe tramite ETF, ETC o certificati legati ai future. Il dato analizzato qui è un dato spot, cioè misura il movimento del prezzo della commodity. Ma nel mondo reale l’investitore retail spesso compra strumenti che rinnovano periodicamente i contratti future.

Qui entrano in scena contango e backwardation. In contango, i contratti a scadenza più lontana quotano sopra quelli più vicini e il roll può generare un costo implicito. In backwardation succede l’opposto e il roll può invece risultare favorevole. Nel petrolio, anche per via della stagionalità dei consumi energetici e delle curve future che cambiano rapidamente forma, maggio può essere un mese insidioso da questo punto di vista. Perciò un buon comportamento del prezzo spot non coincide sempre con un risultato altrettanto lineare per chi investe attraverso strumenti quotati.

Il 2026 e il tema dell’inflazione appiccicosa

Il contesto attuale rende questa analisi ancora più attuale. Nell’ultimo mese il mercato ha continuato a ragionare su uno scenario di inflazione appiccicosa, cioè più difficile da riassorbire e potenzialmente capace di tenere alti i rendimenti e di complicare il percorso delle banche centrali. Reuters ha riportato il 9 aprile che diversi strategist si aspettavano proprio che la sticky inflation sostenesse i rendimenti a lungo termine. Reuters ha anche sottolineato il 10 aprile che il nuovo balzo dei prezzi stava riaprendo un confronto diretto con le fiammate inflazionistiche del passato, mentre Jamie Dimon il 6 aprile ha avvertito che shock energetici e guerra con l’Iran potevano tradursi in inflazione più persistente e tassi più elevati.

In un quadro del genere l’oro non appare solo come un bene rifugio statistico, ma come una componente di portafoglio che torna a rispondere a un’esigenza precisa: proteggersi da un mix di inflazione ostinata, tensione geopolitica e incertezza sui tassi. Questo non significa che il metallo giallo sia immune da correzioni di breve. Reuters ha segnalato il 21 aprile che un dollaro più forte e rendimenti più alti possono ancora pesare sul prezzo dell’oro nel brevissimo termine. Ma la sua funzione di difesa resta intatta.

Grafico 8 Grafico 8 Stagionalità media mensile di oro e WTI nel periodo 1983-2025. Il grafico consente di collocare maggio nel quadro dell’intero anno e di valutarne il peso relativo nella dinamica stagionale delle due commodity.

Il giudizio degli analisti su oro e petrolio

Anche le raccomandazioni più recenti degli analisti vanno nella stessa direzione di fondo, pur con sfumature diverse. Sull’oro il tono resta strutturalmente costruttivo. Reuters ha riportato il 31 marzo che BMI mantiene per il 2026 una previsione media di 4.600 dollari l’oncia, mentre Goldman Sachs continua a indicare un possibile arrivo a 5.400 dollari entro fine 2026. È una visione che riflette la combinazione tra domanda di beni rifugio, acquisti ufficiali e persistenza del rischio macro-finanziario.

Sul petrolio, invece, il messaggio è più nervoso. Reuters ha riportato il 17 aprile che Goldman Sachs ha lasciato invariata la previsione media 2026 sul WTI a 78 dollari, ma ha segnalato rischi in entrambe le direzioni per effetto del rallentamento della domanda e dell’evoluzione delle interruzioni dell’offerta. L’EIA, nel suo Short-Term Energy Outlook del 7 aprile, ha contestualmente ridotto la stima di crescita della domanda globale di petrolio per il 2026 a 0,6 milioni di barili al giorno, rispetto a 1,2 milioni indicati il mese prima, pur mantenendo un quadro di prezzi ancora elevati nel breve e uno spread Brent-WTI particolarmente ampio in primavera.

Il punto chiave è che l’oro viene letto oggi come un asset ancora sostenuto da forze strutturali, mentre il petrolio resta molto più dipendente dal percorso della geopolitica e dalla tenuta della domanda. Questo lo rende potenzialmente molto redditizio, ma anche molto più sensibile a improvvisi cambi di narrativa.

Dove porta davvero il confronto

Se si mettono insieme stagionalità di maggio, comportamento del dollaro, struttura dei rendimenti e valutazioni recenti degli analisti, il confronto porta verso una conclusione abbastanza netta.

Il petrolio conserva il fascino dell’asset più esplosivo. È quello che può sorprendere di più se il mercato torna a prezzare una scarsità di offerta o un’escalation geopolitica. Ma questa forza è anche la sua fragilità, perché rende maggio un mese molto meno regolare di quanto lasci intendere il solo rendimento medio.

L’oro, al contrario, appare meno appariscente ma più credibile. Ha una frequenza di mesi positivi superiore, una mediana positiva, una volatilità più bassa e una maggiore capacità di reggere anche quando il dollaro si rafforza o quando il mercato entra in modalità risk-off. Nel 2026, con l’inflazione ancora difficile da domare, questa caratteristica pesa ancora di più.

Una bussola per leggere maggio

Alla fine, la scelta tra oro e petrolio a maggio non si gioca soltanto sulla forza del trend appena visto. Si gioca sulla qualità del mese che storicamente segue quel trend. Ed è qui che la differenza emerge con più chiarezza.

Il petrolio offre più potenziale, ma anche più rumore. L’oro offre meno spettacolo, ma più ordine. E quando il mercato entra in una fase in cui dollaro, inflazione e geopolitica si intrecciano, la capacità di resistere conta spesso più della capacità di stupire.

Per questo, sulla base della statistica di lungo periodo e del contesto attuale, maggio continua a favorire più l’oro del petrolio. Non perché prometta il rialzo più forte, ma perché mostra una struttura più affidabile proprio quando il mercato diventa meno lineare.