Oro verso i 5.000 dollari? Gli analisti alzano il tiro, ma c’è un segnale che preoccupa

Gerardo Marciano

21 Agosto 2026 - 17:37

L’oro torna a correre verso i massimi, ma l’ipercomprato invita alla cautela. Analisi tecnica, target degli analisti e stagionalità fino a dicembre.

Oro verso i 5.000 dollari? Gli analisti alzano il tiro, ma c’è un segnale che preoccupa

Ci sono momenti nei quali osservare soltanto il prezzo dell’oro rischia di raccontare una storia incompleta. Dopo una prima parte dell’anno caratterizzata da oscillazioni eccezionali, il metallo prezioso si trova nuovamente in una fase nella quale politica monetaria, rendimenti obbligazionari, dollaro e tensioni geopolitiche possono cambiare rapidamente la percezione degli investitori.

Il 2026 ha già dimostrato quanto possa essere pericoloso considerare l’oro un bene rifugio dal comportamento prevedibile. Le quotazioni hanno raggiunto livelli record, sono state investite da una correzione molto violenta e hanno successivamente recuperato terreno. Movimenti di questa ampiezza rendono meno utile affidarsi a una sola chiave di lettura.

L’avvicinarsi di settembre aggiunge un altro elemento. Gli ultimi quattro mesi dell’anno hanno una storia statistica precisa, ma non così semplice come spesso viene raccontata. Per capire quali scenari possano aprirsi da qui a dicembre occorre quindi mettere insieme la struttura del future, ciò che sta muovendo il mercato e le previsioni formulate dalle principali banche internazionali.

Il future sull’oro ritrova forza

Il 21 agosto il future statunitense sull’oro è tornato nell’area dei 4.645 dollari l’oncia, mentre il metallo si avviava verso la terza settimana consecutiva di rialzo. Soltanto pochi giorni prima il quadro era molto diverso: il mercato aveva risentito dell’aumento dei rendimenti obbligazionari e delle persistenti preoccupazioni sull’inflazione. La successiva debolezza del dollaro e il brusco calo dei rendimenti dei Treasury hanno però riportato gli acquisti sul metallo prezioso.

La lettura tecnica giornaliera conferma che il recupero non è più soltanto un rimbalzo di brevissimo periodo. Il riepilogo degli indicatori presenta 16 segnali di acquisto, 9 neutrali e un solo segnale di vendita. Ancora più netta è la componente delle medie mobili: 14 indicazioni di acquisto, nessuna di vendita e una sola neutrale.

Il future si mantiene al di sopra delle principali medie mobili semplici ed esponenziali considerate nell’analisi, dalle scadenze più rapide fino alle medie a 100 e 200 periodi. Anche la media ponderata per i volumi e la Hull Moving Average conservano un’indicazione positiva. L’unica lettura neutrale tra gli indicatori di tendenza arriva dalla base line dell’Ichimoku.

Questo allineamento è importante perché segnala che la forza del mercato non dipende esclusivamente dalle ultime sedute. Quando prezzo e medie di breve, medio e lungo periodo tornano a disporsi nella stessa direzione, la struttura tecnica diventa più robusta.

C’è però un problema: l’ipercomprato

Il quadro diventa meno lineare osservando gli oscillatori.

L’RSI a 14 periodi è arrivato a 75, sopra la soglia di 70 normalmente utilizzata per individuare una condizione di ipercomprato. Lo Stocastico %K è addirittura a 98, lo Stochastic RSI a 99 e il Williams Percent Range a -1. Anche il Commodity Channel Index, a 132, segnala un’accelerazione importante del movimento.

Non significa automaticamente che il rialzo sia vicino alla fine. Nei trend particolarmente forti gli oscillatori possono rimanere in ipercomprato per settimane senza produrre un’inversione. Significa però che il rapporto tra potenziale rialzista immediato e rischio di una pausa è diventato meno favorevole rispetto a qualche settimana fa.

Altri indicatori aiutano a definire meglio la situazione. L’ADX è a 31, livello compatibile con un trend dotato di una discreta forza. Il MACD mantiene un segnale di acquisto e anche l’Ultimate Oscillator, a 72, rimane positivo. Il Momentum a 10 periodi costituisce invece l’unico vero segnale di vendita all’interno del gruppo degli oscillatori.

La sintesi è quindi piuttosto netta: trend rialzista, forza crescente, ma mercato tecnicamente tirato. È una combinazione che non preannuncia necessariamente una discesa, ma rende plausibile una fase di consolidamento prima di un eventuale nuovo allungo.

Perché l’oro è tornato a salire

Per comprendere il recupero bisogna tornare a quanto accaduto nei mesi precedenti.

A gennaio il prezzo dell’oro aveva raggiunto un massimo storico vicino a 5.595 dollari l’oncia. Successivamente il conflitto con l’Iran e il forte aumento dell’energia hanno prodotto una reazione apparentemente paradossale: invece di continuare a salire come bene rifugio, l’oro è stato venduto mentre il mercato iniziava a incorporare maggiore inflazione, tassi più elevati e una Federal Reserve più restrittiva. In giugno le quotazioni erano scese sotto quota 4.000 dollari.

Agosto ha modificato nuovamente lo scenario. Dati economici statunitensi più deboli hanno ridimensionato le aspettative di nuovi rialzi dei tassi. Il dollaro si è indebolito e il mercato obbligazionario americano è tornato al centro dell’attenzione.

Il passaggio decisivo è arrivato con l’annuncio del Tesoro statunitense di un aumento dei riacquisti di titoli a lunga scadenza. I rendimenti sono scesi rapidamente, il dollaro ha perso terreno e il future sull’oro ha accelerato. Parallelamente sono cresciute le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito americano e sulla capacità dei Treasury di continuare a rappresentare senza discussioni l’attività rifugio per eccellenza.

È probabilmente questo uno degli aspetti più importanti dell’attuale fase del mercato. L’oro non sta reagendo soltanto alle aspettative sui tassi. Sta tornando a essere utilizzato anche come strumento di diversificazione rispetto al rischio fiscale e obbligazionario.

Le banche centrali continuano a comprare

I dati sulla domanda confermano questa trasformazione.

Nel secondo trimestre del 2026 le banche centrali e le altre istituzioni ufficiali hanno acquistato 289 tonnellate nette di oro, il 62% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Si tratta di un aumento molto forte rispetto alle appena 57 tonnellate, dato rivisto, del primo trimestre. Gli acquisti del secondo trimestre hanno inoltre segnato un record per questo periodo dell’anno.

Il dato semestrale è meno spettacolare. Con 345 tonnellate, gli acquisti del primo semestre sono stati i più bassi dal 2022. La dinamica del secondo trimestre mostra però che l’interesse delle autorità monetarie non è scomparso.

Ancora più significativa è l’indagine condotta presso i gestori delle riserve ufficiali. L’89% degli intervistati ritiene che le riserve auree complessive delle banche centrali aumenteranno nei prossimi dodici mesi e un record del 45% prevede di incrementare direttamente le disponibilità della propria istituzione.

È un sostegno strutturale che deve essere bilanciato con componenti della domanda decisamente meno favorevoli.

Gli ETF garantiti fisicamente dall’oro hanno registrato deflussi per circa 45 tonnellate nel secondo trimestre. Nel semestre il saldo rimane leggermente positivo, per circa 18 tonnellate, ma il cambiamento rispetto alla fase iniziale dell’anno è evidente. Anche la domanda di gioielleria continua a risentire dei prezzi elevati: i consumi sono scesi a 278 tonnellate nel trimestre, con una flessione del 17% rispetto all’anno precedente.

Goldman Sachs continua a vedere 4.900 dollari

Il ritorno del future verso 4.600 dollari rende particolarmente interessante confrontare le quotazioni con le ultime previsioni delle grandi banche.

Come base di confronto si può utilizzare il livello di 4.645 dollari raggiunto dal future statunitense il 21 agosto. I target delle banche sono generalmente formulati sul prezzo dell’oro per oncia e non sul singolo contratto future, quindi la variazione percentuale ha valore indicativo, ma consente di misurare immediatamente la distanza tra prezzi correnti e scenari degli analisti.

Goldman Sachs mantiene un obiettivo di 4.900 dollari per la fine del 2026. La banca aveva ridotto il target da 5.400 a 4.900 dollari il 19 giugno, dopo il cambiamento delle aspettative sulla Federal Reserve, ma ha successivamente confermato la propria impostazione costruttiva. Rispetto ai 4.645 dollari del future del 21 agosto, 4.900 dollari rappresentano una differenza positiva di circa il 5,5%.

Il punto centrale della tesi di Goldman rimane l’accumulazione delle banche centrali dei Paesi emergenti. Nell’aggiornamento del 14 agosto la banca continuava a stimare acquisti medi per circa 50 tonnellate al mese nel 2026 e 40 tonnellate nel 2027, considerando la diversificazione delle riserve un fenomeno pluriennale. Goldman ritiene inoltre che i rischi per il proprio scenario siano ancora orientati verso l’alto qualora la diversificazione si estendesse in misura maggiore agli investitori privati.

HSBC è più prudente

HSBC ha adottato una posizione meno aggressiva.

Il 9 luglio la banca ha ridotto la previsione media per il 2026 da 4.864 a 4.560 dollari l’oncia e quella per il 2027 da 5.000 a 4.925 dollari. Per la fine del 2026 indica 4.750 dollari.

Rispetto al future a 4.645 dollari del 21 agosto, il target di fine anno implica una differenza positiva di appena il 2,3%. Ancora più interessante è la forchetta indicata da HSBC per il resto del 2026, compresa tra 3.800 e 4.700 dollari: il recente rialzo ha già riportato il mercato molto vicino al limite superiore di questo intervallo.

Il messaggio della banca è quindi prudente. Restano fattori di sostegno come deficit pubblici, debito sovrano e diversificazione delle riserve, ma tassi elevati e dollaro possono ancora produrre fasi di liquidazione.

Deutsche Bank vede 4.800 dollari nel quarto trimestre

Il 23 giugno Deutsche Bank ha ridotto sensibilmente le proprie previsioni, indicando un prezzo di 4.300 dollari nel terzo trimestre e di 4.800 dollari nel quarto.

La previsione di 4.800 dollari si colloca circa il 3,3% sopra i 4.645 dollari del 21 agosto. Il target del terzo trimestre, invece, è già stato superato dal recente movimento dei prezzi.

Deutsche Bank ha però affiancato allo scenario centrale un’ipotesi decisamente più negativa. Se il mercato dovesse tornare a incorporare tre o quattro rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve, il prezzo potrebbe scendere verso 3.800 dollari. È una distanza di oltre il 18% rispetto alla quotazione utilizzata come riferimento.

JPMorgan resta sotto i prezzi attuali

Ancora più prudente è JPMorgan.

Il 3 luglio la banca ha indicato circa 4.300 dollari per il terzo trimestre e 4.500 dollari per il quarto trimestre del 2026, riducendo fortemente le precedenti aspettative. Un livello di 4.500 dollari sarebbe circa il 3,1% inferiore al future a 4.645 dollari del 21 agosto.

JPMorgan ritiene che la debolezza della domanda possa limitare il rialzo nel breve termine, pur mantenendo una valutazione più favorevole sul lungo periodo grazie al possibile ritorno della domanda strutturale.

Citi divide nettamente breve e medio periodo

La previsione di Citi è interessante perché distingue due orizzonti temporali molto diversi.

Il 15 giugno la banca ha portato il target a 0-3 mesi a 4.500 dollari, mantenendo contemporaneamente un obiettivo a 6-12 mesi di 5.000 dollari.

Il primo livello è circa il 3,1% inferiore ai 4.645 dollari del 21 agosto. Il secondo si trova invece il 7,6% più in alto. La lettura è quindi quella di un mercato che potrebbe incontrare difficoltà nel breve periodo, ma conservare un potenziale rialzista più significativo una volta superata l’attuale fase di politica monetaria restrittiva.

UBS e Morgan Stanley guardano già al 2027

UBS ha indicato il 7 agosto un prezzo di 5.000 dollari entro la prima metà del 2027. La distanza rispetto ai 4.645 dollari del future del 21 agosto è del 7,6%.

Morgan Stanley si colloca su una posizione molto simile. Nell’aggiornamento del 20 agosto gli analisti hanno affermato che, qualora la Federal Reserve mantenesse i tassi fermi, esisterebbe spazio per superare quota 5.000 dollari nel 2027, eventualmente anche prima. Anche in questo caso la soglia di 5.000 dollari si trova circa il 7,6% sopra il livello di riferimento del future.

Il consenso è diventato molto meno euforico

Se si osservano tutte queste previsioni insieme emerge un aspetto importante: Wall Street non è più unanimemente rialzista come qualche mese fa.

Il sondaggio Reuters pubblicato il 28 luglio, basato sulle valutazioni di 29 analisti e trader, ha ridotto la previsione mediana per il prezzo medio dell’oro nel 2026 a 4.509 dollari, dai 4.916 dollari indicati tre mesi prima. È stata la prima revisione al ribasso dopo undici trimestri consecutivi di aumento delle stime.

Il dato di 4.509 dollari è una media annuale attesa, non un target di fine anno, e quindi non va confrontato meccanicamente con una quotazione puntuale del future. Il segnale è però significativo: dopo la violenta correzione della primavera, le banche hanno ridimensionato le aspettative pur senza abbandonare la tesi strutturale basata su banche centrali, debito pubblico e diversificazione.

Cosa dice la stagionalità da settembre a dicembre

La storia dell’oro offre un’altra indicazione utile, purché venga interpretata correttamente.

Considerando i 51 anni completi dal 1975 al 2025 e misurando il rendimento tra la chiusura di agosto e quella di dicembre, l’oro ha prodotto mediamente un guadagno del 3,45%.

Il risultato è positivo, ma non descrive una regolarità schiacciante.

La mediana è infatti molto più contenuta, pari allo 0,90%, mentre soltanto 30 anni su 51 si sono conclusi con un rialzo. La percentuale di periodi positivi è quindi del 58,8%.

C’è poi un problema statistico importante. Il rendimento medio è influenzato da alcuni anni eccezionali. Nel 1979, per esempio, tra fine agosto e fine dicembre l’oro guadagnò circa il 65,6%. Eliminando soltanto quell’osservazione, il rendimento medio dell’intero campione scende dal 3,45% al 2,21%.

La stagionalità positiva esiste, quindi, ma è molto meno potente di quanto suggerisca la semplice media aritmetica.

Settembre è positivo, ottobre molto meno

L’analisi dei singoli mesi consente di capire meglio come si costruisce il rendimento dell’ultimo quadrimestre.

Dal 1975 al 2025, settembre ha prodotto un rendimento medio dell’1,42%, con 28 anni positivi su 51, pari al 54,9%.

Ottobre è storicamente il mese più difficile. Il rendimento medio è negativo dello 0,29% e soltanto 24 anni su 51, il 47,1%, si sono conclusi in rialzo.

Novembre torna positivo con un guadagno medio dell’1,09% e una frequenza di rialzi del 54,9%.

Dicembre presenta un rendimento medio dell’1,08% e 27 risultati positivi su 51, pari al 52,9%.

La fotografia di lungo periodo mostra quindi un settembre mediamente favorevole, un ottobre più fragile e un recupero della stagionalità positiva tra novembre e dicembre.

Negli ultimi dieci anni la storia è cambiata

È però restringendo l’analisi agli anni più recenti che emerge il dato probabilmente più interessante.

Tra il 2000 e il 2025 il rendimento medio dell’oro da fine agosto a fine dicembre è stato del 3,43%, praticamente identico a quello del campione completo. La mediana sale però al 2,06% e 16 anni su 26, il 61,5%, sono risultati positivi.

Negli ultimi dieci anni completi, dal 2016 al 2025, il rendimento medio dell’ultimo quadrimestre è stato del 3,05%, con una mediana dell’1,96% e sei anni positivi su dieci.

Ma il comportamento dei singoli mesi si è modificato profondamente.

Settembre, che sul campione lungo è mediamente positivo, negli ultimi dieci anni ha registrato un rendimento medio negativo dello 0,62%. Soltanto tre volte su dieci ha chiuso in rialzo.

Ottobre ha invece prodotto mediamente un +1,49%, con sei anni positivi su dieci.

Novembre è tornato debole: rendimento medio negativo dello 0,62% e soltanto quattro rialzi su dieci.

Il mese che spicca nettamente è dicembre. Negli ultimi dieci anni ha registrato un rendimento medio del 2,69% ed è stato positivo in otto occasioni su dieci.

È forse questo il dato più interessante dell’intera analisi stagionale. Il periodo settembre-dicembre mantiene una moderata inclinazione positiva, ma negli anni più recenti il rendimento si è concentrato soprattutto nella parte finale dell’anno, mentre settembre ha mostrato una frequenza di rialzo sorprendentemente bassa.

Cosa potrebbe decidere gli ultimi quattro mesi del 2026

Il future sull’oro arriva alla vigilia di settembre in una condizione molto diversa rispetto a quella di giugno. La struttura tecnica è tornata rialzista, le principali medie mobili confermano il movimento e la forza del trend è aumentata. Allo stesso tempo, RSI, Stocastico e altri oscillatori mostrano che il recupero è già molto avanzato.

Anche le previsioni degli analisti suggeriscono cautela nel trasformare il recente rialzo in una proiezione lineare. Con il future nell’area dei 4.645 dollari, buona parte dei target di fine 2026 si trova ormai relativamente vicina: 4.750 dollari per HSBC, 4.800 per Deutsche Bank e 4.900 per Goldman Sachs. JPMorgan, con 4.500 dollari nel quarto trimestre, si colloca addirittura sotto i livelli raggiunti il 21 agosto.

Gli scenari più ambiziosi iniziano soprattutto guardando al 2027, quando UBS e Morgan Stanley individuano quota 5.000 dollari come un livello raggiungibile, mentre Citi vede lo stesso livello nell’orizzonte di 6-12 mesi.

La stagionalità aggiunge un ultimo elemento. Gli ultimi 51 anni mostrano un vantaggio statistico moderato per il periodo settembre-dicembre, ma non tale da rendere il rialzo lo scenario obbligato. E gli ultimi dieci anni suggeriscono di prestare particolare attenzione a settembre, storicamente debole nel campione recente, e a dicembre, che al contrario è stato positivo nell’80% dei casi.

Da qui alla fine dell’anno le variabili da osservare sono quindi molto concrete: direzione dei rendimenti reali statunitensi, forza del dollaro, decisioni della Federal Reserve, flussi degli ETF e ritmo degli acquisti delle banche centrali. Sul piano tecnico sarà altrettanto importante capire se l’attuale ipercomprato verrà assorbito attraverso una fase laterale oppure attraverso una correzione più profonda.

Il futuro dell’oro non si gioca soltanto sulla possibilità di raggiungere o meno quota 5.000 dollari. Dopo il recupero di agosto, la domanda più interessante è diventata un’altra: il mercato sta preparando una nuova gamba del rialzo oppure ha semplicemente anticipato buona parte delle aspettative positive per gli ultimi mesi del 2026?