Omicron, il nuovo sintomo che spaventa: «Irreversibile, come in un anziano di 70 anni»

Emiliana Costa

4 Maggio 2022 - 13:29

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Da un recente studio è emerso un nuovo sintomo che può emergere a distanza di mesi dall’infezione. «Può essere irreversibile, come in un anziano di 70 anni». Entriamo nel dettaglio.

Omicron, il nuovo sintomo che spaventa: «Irreversibile, come in un anziano di 70 anni»

In Italia il virus continua a correre. Nel bollettino di ieri, martedì 3 maggio, i nuovi positivi nelle 24 ore sono stati 62.071, le vittime 153. Non solo. Qualche giorno fa è stata isolata nel nostro paese la sottovariante Omicron 4, che si sta diffondendo in diversi paesi tra cui il Sudafrica.

I sintomi delle sottovarianti BA.4 e BA.5 (quest’ultima ancora non isolata in Italia) sono simili a quelli di Omicron: spossatezza, naso che cola, febbre (non sempre), problemi gastrointestinali. Ma da un recente studio è emerso un nuovo sintomo che può emergere a distanza di mesi dall’infezione. Entriamo nel dettaglio.

Long Covid, il nuovo sintomo a lungo termine

Un recente studio, finanziato dal governo britannico, ha messo in luce un nuovo campanello d’allarme legato al Long Covid, ovvero quei sintomi che possono comparire anche a distanza di mesi dall’infezione.

Dalla ricerca emerge che il ricovero in ospedale a causa del Covid potrebbe far invecchiare il cervello di vent’anni. Lo studio è stato realizzato dagli esperti dell’Università di Cambridge, che hanno spiegato come il nuovo sintomo equivalga a una perdita di circa 10 punti dal proprio quoziente intellettivo (QI).

Già in passato, numerosi studi avevano rivelato che il virus danneggia la funzione cerebrale. Ma i ricercatori britannici hanno spiegato che questo è il primo studio nel suo genere a valutarne rigorosamente l’impatto.

Long Covid, la ricerca di Cambridge

I ricercatori britannici hanno testato le capacità cognitive di 46 pazienti con un’età media di 51 anni, che erano stati ricoverati per Covid nel 2020. Un terzo delle persone intervistate era stato collegato ai ventilatori. I pazienti presi a campione sono stati sottoposti a una serie di test di memoria, attenzione e ragionamento, a distanza di sei mesi dalla malattia.

Dai risultati è emerso che chi è guarito dal Covid severo è generalmente meno accurato e ha tempi di risposta più lenti rispetto al gruppo di controllo. I pazienti hanno ottenuto i voti più bassi nei compiti in cui hanno dovuto trovare le parole appropriate per un problema, un test chiamato «analogia verbale».

Secondo gli autori della ricerca, questo problema era comunemente segnalato tra coloro che hanno sperimentato la «nebbia cerebrale» post Covid. I pazienti ad aver ottenuto i voti peggiori sono quelli che hanno avuto bisogno della ventilazione meccanica. La gravità della malattia dunque sarebbe un fattore trainante del declino cognitivo generato dal Long Covid.

Dalla ricerca, che ha coinvolto anche gli studiosi dell’Imperial College London, emerge che il deterioramento cognitivo nei sopravvissuti al Covid è simile a quello osservato quando le persone invecchiano dai 50 ai 70 anni. E se alcuni pazienti hanno evidenziato un miglioramento cognitivo «graduale» 10 mesi dopo l’infezione, gli scienziati hanno affermato che alcuni potrebbero non recuperare mai completamente la loro precedente intelligenza.

Il neuroscienziato David Menon, autore dello studio, ha affermato: «Abbiamo seguito alcuni pazienti fino a dieci mesi dopo la loro infezione acuta, quindi siamo stati in grado di vedere un miglioramento molto lento. Ma è molto probabile che alcuni di questi non si riprendano mai completamente». L’invecchiamento prematuro potrebbe essere dovuto al virus che riduce l’ossigeno al cervello o all’infiammazione dei tessuti cerebrali che si verifica mentre il corpo tenta di combattere l’infezione da Covid-19.

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