Si fa presto a dire 4% se prima non si ponderano in lungo e in largo pro e contro dei rispettivi prodotti di investimento. Non solo, ma è anche importante depurare quel lordo da tutte le tasse e le spese che ne riducono l’effettiva portata. In altri termini, alla fine quanto resta concretamente in tasca? Vediamo allora se è meglio un 4% sul conto deposito in banca o su un’obbligazione e quanto, alla fine, resta netto in tasca.
Il conto deposito vincolato in banca al 4%
Iniziamo dal prodotto bancario più noto per antonomasia sul breve-medio termine, il conto deposito. È una soluzione semplice, facilmente comprensibile, privo di costi di gestione e che soprattutto annulla il rischio di mercato. L’idea di vedere i prezzi del sottostante oscillare sopra e sotto la parità fino al termine può creare enorme stress nell’investitore che cerca tranquillità. Un timore comprensibile e meritevole di rispetto, tutela, ascolto.
Tuttavia, un 4% dato da una banca a un cliente in linea di principio non è mai un atto d’amore e/o generosità. La banca campa di interessi tra quelli che incassa meno quelli che paga, per cui più ampia è questa forbice e più affari fa. E da che mondo è mondo la banca non fa beneficenza, idem per chi emette bond come uno Stato, sia beninteso.
Se paga sopra la media, un qualche motivo preciso ci deve stare. Tutti vogliono soldi in prestito pagando il meno possibile o per una qualche precisa ragione commerciale. Ad esempio vi sono grandi gruppi bancari nazionali che non prevedono minimamente il conto deposito. La ragione? Semplice: sono così forti e gestiscono masse così ingenti che possono “tirarsela” e non aver bisogno del prodotto e/o pagare niente o quasi i depositi presso di loro. Anche la solidità di un emittente ha un prezzo, è il mercato!
Quanto resta di un 4% vincolato in banca?
Ancora, un istituto che offre il 4% difficilmente lo offrirà a lungo termine e spesso sarà solo a tempo, “entro il”, poi stop e si scende a tassi più comuni. In alternativa, o in aggiunta a seconda dei casi, può richiedere l’apertura del suo c/c e/o l’attivazione di servizi e/o accredito stipendi/pensioni, etc. Insomma, in genere c’è una contropartita in cambio che giustifica simili ritorni visto che oggi il mercato sul 6-36 mesi offre meno del 4% lordo.
Detto ciò, il prodotto ha dalla sua il vantaggio del breve termine, la facilità di comprensione, l’assenza del rischio di mercato e delle spese di gestione. Un discorso che non vale per le tasse sugli interessi attivi. Infatti si scende al 2,96% al netto della ritenuta fiscale del 26%, e al 2,76% circa al netto dell’imposta di bollo.
Guadagnare il 4% con un’obbligazione
Il problema principale dei bond, sovrani o corporate, è che oggi non pagano il 4% sulle medie scadenze, ancor meno su timeframe più corti. Per spuntare simili ritorni “a stretto giro” (relativamente parlando) bisogna esporsi su titoli corporate o su Stati meno solidi.
Sui BTP, per esempio, bisogna esporsi sugli 11 anni di vita residua per quel ritorno a scadenza. Un orizzonte non breve che espone seriamente al rischio di mercato, cioè di oscillazione dei prezzi del sottostante. Di contro è liquidabile a mercati aperti al prezzo vigente al tempo della vendita. La circostanza può rivelarsi un affare o una sconfitta a seconda dei casi, per cui diventa cruciale il timing in/out sul comparto.
Tuttavia, rispetto al conto deposito quel 4% di rendimento non è a tempo ma fino al termine del prestito. Un altro parziale vantaggio sta nella minore aliquota fiscale al 12,50%, mentre l’imposta di bollo è la stessa. Sempre tra i vantaggi fiscali c’è l’esenzione dalle imposte di successione e l’esclusione dal calcolo ISEE fino a 50.000 euro investiti in titoli di Stato. Tra i contro, invece, la profilatura Mifid e le spese di acquisto e gestione verso l’istituto presso cui si è aperto il conto titoli.
Meglio un 4% sul conto deposito in banca o su un’obbligazione? E quanto resta di netto?
L’alternativa del corporate bond presenta altrettanti punti in chiaroscuro. Il coupon nominale annuo può essere robusto, ma in primis la tassazione è al 26% come i conti bancari, non al 12,50%. Ad esempio un 5% annuo lordo scende al 3,70% al netto della ritenuta fiscale, e sul 3,5% circa al netto del bollo. Uno al 4%, invece, scende al 2,96% e al 2,76% circa come per il conto deposito ma gravato anche dei costi di gestione.
Più spesso, invece, prevedono strutture che non sono di immediata comprensione per il piccolo investitore. Callability, cedole cumulative o strutture step-down, tassi agganciati a benchmark, debiti denominati in valuta estera, etc. fanno spesso da sfondo a queste emissioni. Morale, questi debiti presentano spesso più opzioni in favore dell’emittente, del debitore, che per creditore. Non solo, ma in genere sono poco liquide sul mercato secondario con spread bid/ask raramente stretti.
In definitiva, sono titoli più adatti a investitori esperti più avvezzi al rischio e che sanno come muoversi sui mercati. Più esperti sul come, sul quando e sul perché scegliere un prodotto rispetto a un altro, idem sull’eventuale uscita anticipata.
Aldilà del 4%
Come dicevamo in apertura, quindi, si fa presto a dire 4% se non si considerano tutti i pro e i contro sottesi a una data scelta di investimento. In linea di massima non esiste la risposta “giusta” per tutte le possibili casistiche di investimento.
In primis la cosa importante da capire è se quel capitale potrebbe servire o meno prima della naturale scadenza. Se si, allora il rischio di mercato va annullato o compresso al massimo, non c’è alternativa e se c’è è solo sulla carta. In secondo luogo, munirsi di tanta, tanta, ma veramente tanta pazienza prima di scendere in campo attivamente.
Il successo è spesso camuffato da giusto timing, il classico colpo giusto al tempo giusto. Un esempio per tutti? Il BTP Valore 2028: 5 anni, cedole al 4,10% (3 anni) e al 4,50% (2 anni), tassazione agevolata, elevata liquidabilità, emittente sovrano. Tombola!