Coronavirus, i nuovi positivi non sono contagiosi: lo studio di Remuzzi

Martino Grassi

19/06/2020

12/04/2021 - 18:01

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Le nuove persone positive al coronavirus non sono contagiose a causa di un ridotto quantitativo di virus nell’organismo, secondo uno studio condotto da Remuzzi.

Coronavirus, i nuovi positivi non sono contagiosi: lo studio di Remuzzi

I nuovi casi di coronavirus non sarebbero contagiosi, ma sarebbero solamente persone positive al tampone, poiché la carica virale all’interno dell’organismo sarebbe troppo bassa per una trasmissione. Lo ha affermato il direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Giuseppe Remuzzi riportando una ricerca che dimostrerebbe la sua affermazione, nel corso di un’intervista per il Corriere.

Lo scienziato ha inoltre esortato il Governo e l’Istituto Superiore della Sanità a prendere consapevolezza della nuova situazione, profondamente diversa da quella dello scorso febbraio, e comunicare di conseguenza, senza creare paura o falsi allarmismi.

I nuovi positivi non sono contagiosi: lo studio

Remuzzi si dice forte delle sue affermazioni, riportando i dati di uno studio condotto su 133 ricercatori del Mario Negli e 298 dipendenti della Brembo. Il medico ha fatto sapere che in totale sono risultate positive al campione 40 persone, “ma la positività di questi tamponi emergeva solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, che corrispondono a meno di diecimila copie di Rna virale”.

Proprio per questo motivo, continua Remuzzi, commentare quotidianamente il numero dei nuovi contagi non ha senso, dal momento che si tratta di nuovi casi che “non hanno ricadute nella vita reale”. Anche gli elevati nuovi contagi in Lombardia non dovrebbero spaventare secondo il medico, dal momento che se sono positivi allo stesso dello studio condotto, non c’è il rischio che possano contagiare altre persone con una “positività ridicolmente inferiore a centomila”.

Serve organizzazione ferrea come a Wuhan

Il medico si esprime anche riguardo ai metodi di prevenzione, affermando che gli strumenti utilizzati adesso, come il doppio tampone e il tracciamento, grazie anche all’app Immuni, vanno bene, ma solo nel caos di piccoli focolai. “Se il virus circola da mesi e poi esplode come accaduto in Lombardia, rischia di diventare controproducente, a meno di avere un’organizzazione ferrea tipo Wuhan”, continua Remuzzi.

Le attuali strategie dunque non sarebbero sbagliate, ma si stanno muovendo su una linea puramente burocratica, senza tenere in considerazione le novità che emergono nella letteratura scientifica. Per cui “non bisogna confondere il numero dei tamponi con l’andamento dell’epidemia”. Secondo il medico andrebbe detto anche il quantitativo di virus presente all’interno dei tamponi che “per ragioni che nessuno conosce, e forse per questo c’è difficoltà ad ammetterlo”, ce n’è molto meno rispetto ai mesi precedenti.

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