La stretta del Giappone sui lavoratori stranieri: inasprite le regole con visti più cari, conoscenza della lingua obbligatoria e maggiori controlli.
Il Giappone è uno dei Paesi più anziani al mondo, con una popolazione che invecchia a ritmo record e una forza lavoro che si riduce sempre di più anno dopo anno. Per questo motivo servirebbero lavoratori stranieri in grado di entrare nel Paese e contribuire all’economia nazionale. Tuttavia, esiste ancora una forte resistenza culturale e politica all’immigrazione, che ha reso il Giappone uno dei Paesi meno accessibili per chi desidera trasferirsi stabilmente. E nonostante la carenza di manodopera continui ad aggravarsi, il governo giapponese guidato dalla premier Sanae Takaichi vuole introdurre una serie di riforme che renderanno la vita dei residenti stranieri più complicata e costosa.
Partendo dai numeri, alla fine del 2025 i residenti stranieri in Giappone hanno raggiunto quota 4,13 milioni, il livello più alto mai registrato. In questa cifra figurano anche circa 5.000 italiani, un dato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato impensabile per un Paese storicamente chiuso e con quote migratorie tra le più basse del mondo industrializzato. Questa crescita è stata trainata soprattutto da lavoratori asiatici, studenti e tecnici qualificati trasferitisi in Giappone per portare il proprio know-how nelle aziende locali. Nonostante ciò, il 29% della popolazione giapponese ha più di 65 anni e la forza lavoro continua a diminuire: i lavoratori stranieri sarebbero quindi indispensabili, ma vengono ancora accolti con diffidenza.
Il governo intende irrigidire le norme sui lavoratori stranieri
Nonostante la necessità di nuova manodopera, il governo intende irrigidire ulteriormente le norme sull’immigrazione. La misura più immediata riguarda i costi. Il nuovo disegno di legge prevede infatti l’aumento del tetto massimo delle tariffe amministrative per il rinnovo dei permessi di soggiorno fino a circa 555 euro. Una cifra enorme se confrontata con quella attuale: oggi il rinnovo costa circa 6.000 yen, pari a poco più di 30 euro.
Il governo giustifica la decisione sostenendo che le tariffe giapponesi siano storicamente tra le più basse rispetto a quelle applicate nei Paesi sviluppati. Molti Stati europei, così come Australia e Canada, impongono costi elevati per visti di lavoro e residenza permanente. Tokyo ritiene quindi necessario adeguarsi agli standard internazionali. Tuttavia, la rapidità con cui queste misure vengono introdotte ha sorpreso molti lavoratori stranieri, che avevano pianificato diversamente il proprio futuro nel Paese.
Ma non si tratta soltanto di costi più alti. Il governo sta rafforzando anche i controlli sui lavoratori stranieri e sui trasferimenti intra-aziendali. Le nuove verifiche riguarderanno il luogo di impiego, la storia lavorativa precedente all’arrivo in Giappone e persino la documentazione fiscale estera. Potrebbero essere richiesti documenti relativi al pagamento delle imposte, fotografie delle sedi operative e registri lavorativi dettagliati. In passato, invece, bastavano passaporto, certificato di residenza e documenti standard.
L’esecutivo vuole inoltre intensificare i controlli sulle dichiarazioni fiscali. In caso di informazioni false o incomplete, l’Agenzia per l’immigrazione potrebbe bloccare il rinnovo del permesso di soggiorno o ridurre la durata della permanenza. Anche i tempi di soggiorno verranno riesaminati con maggiore rigidità: i permessi, che possono variare da tre mesi a cinque anni, saranno prorogati solo in presenza di una motivazione ritenuta valida.
Un’altra novità importante riguarda il requisito linguistico. Il governo sta introducendo l’obbligo di dimostrare una conoscenza della lingua giapponese per ottenere la residenza permanente. In alcuni casi, soprattutto per chi lavora a contatto con il pubblico o nel settore amministrativo, sarà richiesta una competenza linguistica pari almeno a un livello B2.
Il quadro complessivo che emerge è quello di un Paese che sembra muoversi nella direzione opposta rispetto ai propri bisogni strutturali. Il Giappone resta infatti uno dei pochi grandi Paesi industrializzati a non avere un sistema realmente strutturato di integrazione linguistica e culturale. Più tasse, più burocrazia e più controlli rischiano quindi di allontanare ulteriormente quei lavoratori stranieri di cui il Paese avrebbe invece un bisogno sempre più urgente.
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