Petrolio, Norvegia disinveste: no green policy

La Norvegia mette al bando le società petrolifere che si focalizzano su un determinato componente. Nell’occhio del ciclone c’è anche Saras.

Petrolio, Norvegia disinveste: no green policy

La Norvegia sembra aver reso ufficiale la manovra che porterà a un parziale disinvestimento delle società petrolifere, tra cui Saras, società italiana di raffinazione petrolifera e di produzione di energia elettrica.

Le spinte ecologiche, che chiedevano questo impegno da tempo, si possono ritenere soddisfatte. Inizialmente si era pensato che il paese guardasse a un futuro green, tuttavia sembra che le motivazioni siano ben altre.

Si stima che tale manovra avrà l’ammontare di 7,6 miliardi pari all’1% inerente al valore azionario del portfolio del fondo.

Norvegia: petrolio disinvestito

Il governo della Norvegia ha approvato il piano di disinvestimento nel settore petrolifero, ora manca solo il benestare del Parlamento. Sembra finire così il periodo di egemonia del paese scandinavo che attualmente deteneva uno dei fondi più cospicui del mondo per la cifra di 900mila miliardi di euro.

Inizialmente si intendeva uscire totalmente dal business oil&gas, ma si è giunti alla conclusione che si vuole disinvestire solo in quelle società E&P, ossia operative nell’esplorazione e nella produzione degli idrocarburi.

La lista ammonta a 134 appartenenti all’E&P. Si leggono nomi come Eog Resources, Pioneer Natural Resources, Cnooc, Novatek, Indian Oil e Reliance Industries.

Tra questi anche Saras di Moratti, società italiana che opera per l’appunto nella raffinazione del petrolio e produce energia elettrica, di cui la Norvegia detiene il 3,61%. Tuttavia secondo il Sole 24 Ore non ha mai estratto direttamente e quindi potrebbe essere finita nell’elenco per un misunderstanding.

Sono salve invece Eni, di cui il paese scandinavo ha l’1,6%, Royal Dutch Shell, Bp, Total, Royal Dutch Shell, Saipem, Snam. Insomma tutte quelle realtà diversificate.

Infatti la scelta della Norvegia di disinvestire parzialmente in petrolio non sarebbe dettata da una motivazione meramente green. Anzi secondo Siv Jensen, ministra delle Finanze, “il futuro sviluppo delle rinnovabili non dipenderà da aziende che ne hanno fatto il loro core business”.

Si tratta, invece, di preservare il benessere del paese nel momento in cui si verifica l’abbassamento dei prezzi degli idrocarburi oltre che il mondo sta andando incontro alla decarbonizzazione.

Inoltre una strategia più invasiva, come previsto in fase embrionale, avrebbe portato a disinvestire in 324 società pari a 37 miliardi di dollari. In questo modo l’impatto si ridurrebbe a circa l’1% ossia 7,6 miliardi.

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