Tra i neon di Tokyo, la apparentemente più improbabile tra le feste di compleanno. Lungo quella linea d’orizzonte, scolpita dal vudù di William Gibson e da una teoria infinita, dai rituali Shintō e dal peso insondabile di un centro fluttuante, si schiudono i petali dell’impero dei segni: il nessun-centro irradiante da una topografia ricombinante, arsa dalla tecnica dei bombardamenti americani e poi consolidatasi nel legno e nel cemento e nell’acciaio e nell’alta tecnologia specchiata su Chiba, dove la risacca odora di ramen.
L’ontologia del segno e della parola rimuove la sostanza della carne e della politica. Le insegne scintillano, i negozi propongono una storia ologrammatica che appare il ‘Gesù salva’ disperso per pianori alcalini visitati da Jean Baudrillard in America: tutto si interconnette e si ricombina, un labirinto in cui ogni entrata è anche al tempo stesso uscita. ‘Questa non è una uscita’, recitava la conclusione di American Psycho, di Bret Easton Ellis.
La canzoncina in italiano cantata per Giorgia Meloni dalla Premier nipponica. I meme. I manga che trasfigurano il qui ed ora, nella generalizzata indignazione dello spazio politico di una politica tagliata fuori da ogni cosa, da ogni orizzonte.
Il potere è rimasto cieco. Muto. Silenzioso. Disperso nella non-definizione.
Joseph Nye, uno dei massimi esperti di soft power, si è interrogato proprio sulla difficoltà intrinseca di poter definire il potere. Proprium e campo magnetico di gioco della dolcezza del suo inocularsi.
In quella dolcezza, un Carl Schmitt vedrebbe negazione assoluta del potere stesso; simulacro di potere, forse, ma privo di forza, privo della gravitazione che implica il modificare il fondo del reale e delle relazioni e dei rapporti.
Far fare qualcosa. C’è una forza del risultato anche nel non uso della forza.
Ed allora, più che il potere dovremmo definire la forza: grandezza capace di indurre variazione in uno stato di quiete o nel moto di un corpo, una distorsione, una dissonanza che disallinea la via.
Qualcosa che pur partendo da vibrazioni morali, culturali, concettuali, teoriche produca risultanze concrete.
Siamo, si dice, nel cuore del ritorno della forza sul palcoscenico della storia. Il soft lascia spazio vitale all’hard power. Come nel recentemente edito libro di Roberto Arditti, ‘Hard Power’.
Vero, ma.
Ma c’è un generale fraintendimento; quel potere, quella forza, quel-potere-determinato-dalla-forza, non se ne erano mai andati, non si erano eclissati nel tramonto definitivo, nel foliage del conflitto sopito.
Sono sempre stati qui. Solo, abbiamo preferito non vederli.
Nonostante il quacchero indignarsi, le card preparate dallo staff della Meloni sono state efficaci. Come efficace è stato l’incontro con il creatore di Kenshiro. Lasciamo da parte i meme, per una volta, e l’idea che chi controlla i meme controlli il reale, la storia, la politica. E concentriamoci invece sul nuovo soft power emergente: il soft power delle narrazioni. Quello desueto di soft power, per come classicamente inteso, ha un figlio degenere e mutante forse ma molto più forte.
Non esiste più storia, ma solo story-telling.
L’hegeliana battaglia di Jena è stata sostituita dai cartoni animati giapponesi.
Gli Stati ormai si raccontano, si catalogano e si acquistano, come in Groenlandia. Un ritorno alla Louisiana del 1803, ma condotto dal martellare di influencer e start-up e da quel ghiaccio lovecraftiano che raffredda i data center a costo zero.
Una colonizzazione psichica di brandizzazione del reale e del potere. Ormai accettiamo l’idea che la Groenlandia serva agli USA ma non capiamo perché. Avevano diciassette basi militari e le hanno smantellate loro; potrebbero ricostruirle, aumentare i militari e né alla Groenlandia né alla Danimarca la cosa creerebbe il minimo problema.
Le terre rare, si dice. Per quelle serve lo sfruttamento, il controllo diretto. Ma un patto commerciale, innervato nella dorsale della NATO, non sarebbe certo da escludere. D’altronde è vero che russi e cinesi gironzolano, i cinesi dal 2014, in modo duale.
Ma non basta.
Perché la Groenlandia ormai è spunto narrativo, merce, brand essa stessa. Come l’intelligenza artificiale, e prima ancora internet. Viviamo prigionieri di flussi costanti di narrazioni, una dimensione ambient irrinunciabile e irriducibile.
Il post-modernismo è crisi delle narrazioni, delle tematiche, superamento del linguaggio e dell’alfabeto e necessità di costruzione di un nuovo alfabeto. Sappiamo, e lo sappiamo fino allo sfinimento, che la decostruzione e la destrutturazione sono le armi di questa armata delle tenebre del postmodernismo.
Prendiamo la Groenlandia, estroflettiamola dalla narrazione classica, facciamo indossare il cappellino MAGA agli Inuit a beneficio della videocamera di Nick Shirley e avremo la terra dei ghiacci ridotta a centro di una narrazione in cui il potere e la forza coincidono con le nuove parole.
Non c’è nemmeno bisogno di mostrare troppo i muscoli in questo caso.
Nel 2003, Simon Anholt, in “Branding Places and Nations”, discuteva della riduzione di spazi e nazioni a brand; seguito nel 2008 da Peter van Ham, in “Place Branding: The State of the Art”.
La geografia diventa marketing, il conflitto armato product placement.
La nuova narrazione è ciò che ci convince della ineluttabilità di un destino, di un orizzonte segnato, di una storia grandiosa che prende avvio. Di quei neon scintillanti e di quella voce che augura buon compleanno e che proprio con ciò delimita il campo del successo reale.
Patri Friedman che si inietta farmaci sperimentali, non autorizzati da alcuna agenzia governativa, al largo delle coste americane, fuori dalla sovranità statale, ridefinisce il senso stesso dell’utopia.
Non a caso Peter Thiel, che ha finanziato il suo progetto medicale, ha aperto una delle sue letture a San Francisco nel settembre 2025 partendo proprio dall’utopia, parlando di Francis Bacon, anticristi e One Piece.
Possiamo credere che Thiel sia davvero convinto della bontà dei Network State, e prima delle charter cities, e prima ancora del Seasteading, o della ricerca dell’immortalità.
Possiamo credere in questa narrazione che ci sostanzia davanti gli occhi la inevitabilità di un orizzonte-negativo in cui ogni parola evoca una realtà alternativa.
Possiamo essere Quinn Slobodian e mandarcela giù tutta d’un sorso.
Oppure possiamo prendere un respiro, bere un bicchiere d’acqua e riflettere sul segno di ogni parola, sul Logos che irradia da questa ingegneria istituzionale che mescola utopismo, psiche e solida realtà: laddove però la realtà è il piegare informazioni, dati, nazioni e spazi ad una contro-realtà, modificata passo dopo passo.
L’IA farà finire il lavoro. Un mantra che ha portato molti a crederci. La narrazione vince sull’analisi, sulla prospettiva e sulla realtà: è essa stessa realtà.
Il mondo sarà degli Stati autonomi. Uno, casualmente, potrebbe essere proprio la Groenlandia.
L’essere umano sarà destinato a non morire mai. A nessuno piace morire, sperimentiamo senza regolazione alcuna, su isole extra-territoriali o in cellulette cyberpunk di esotiche start-up. L’uomo continuerà a crepare ma nel mentre si brevettano nuovi farmaci utili per ben altro. I gonzi transumanisti sono i numeri del conto corrente di Peter Thiel, che è molto più intelligente e pratico di chi davvero crede alla parabiosi o al cervello nell’IA.
Mai mimesi. Mai concorrere nell’arena.
Costruire nuovi mercati: per fare questo devi essere padrone dell’alfabeto, della nuova parola, dello story-telling. Un mercato lo costruisci in base alle parole che utilizzi ed elabori e vendi agli altri. Parole d’ordine, slogan, parole di forza che assemblano bisogni e mondi possibili.
Brandizzare tutto come frutto apocalittico, futuristico, rivoluzionario, pop.
Lotta disperata, con l’acqua alla gola, o da ponte di nave alla deriva, perché solo così le menti saranno ricettive e polarizzate per incidere davvero sul reale; esercitando la forza del deviare il corso degli eventi.
La forza c’è, ed è evidente. Ma è pop. Rossina. Violacea. Come un manga letto tra Roma e Tokyo.
Come il gelo azzurrino dei data center e della Groenlandia.
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