Perché la Groenlandia ormai è spunto narrativo, merce, brand essa stessa. Come l’intelligenza artificiale, e prima ancora Internet.
Tra i neon di Tokyo, la apparentemente più improbabile tra le feste di compleanno. Lungo quella linea d’orizzonte, scolpita dal vudù di William Gibson e da una teoria infinita, dai rituali Shintō e dal peso insondabile di un centro fluttuante, si schiudono i petali dell’impero dei segni: il nessun-centro irradiante da una topografia ricombinante, arsa dalla tecnica dei bombardamenti americani e poi consolidatasi nel legno e nel cemento e nell’acciaio e nell’alta tecnologia specchiata su Chiba, dove la risacca odora di ramen.
L’ontologia del segno e della parola rimuove la sostanza della carne e della politica. Le insegne scintillano, i negozi propongono una storia ologrammatica che appare il ‘Gesù salva’ disperso per pianori alcalini visitati da Jean Baudrillard in America: tutto si interconnette e si ricombina, un labirinto in cui ogni entrata è anche al tempo stesso uscita. ‘Questa non è una uscita’, recitava la conclusione di American Psycho, di Bret Easton Ellis.
La canzoncina in italiano cantata per Giorgia Meloni dalla Premier nipponica. I meme. I manga che trasfigurano il qui ed ora, nella generalizzata indignazione dello spazio politico di una politica tagliata fuori da ogni cosa, da ogni orizzonte. [...]
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