Nonostante la spinta europeista e l’attuale crollo del prezzo, le auto elettriche continuano a essere un bene di lusso: modelli sempre più costosi, che perdono valore in fretta, poco dopo averle acquistate.
Il crollo delle immatricolazioni di auto elettriche è andata via via accentuatosi nel secondo semestre del 2022, e probabilmente il fattore che ha determinato questo è stato il caro energia. La ricarica delle autovetture elettriche, infatti, è diventata più costosa del rifornimento classico del carburante. Questo si accentua se la ricarica viene effettuata presso il wallbox domestico.
Le batterie, inoltre, incidono ancora tanto sul prezzo finale (quasi un terzo del valore in alcuni modelli) e perdono potenza velocemente. Infine, le batterie hanno cicli di ricarica limitati e la loro sostituzione comporta costi sono elevati.
Complici questi fattori, i contratti di noleggio sono cresciuti dell’11,4% nei primi 6 mesi del 2022. Al primo posto le diesel (36,4%), seguite dalla benzina (22,9%,) e dalle auto elettriche (4,3%) in aumento. La compagnia Hertz ha appena firmato un accordo con GM per veicoli elettrici, oltre alle 100.000 Tesla.
Proprio le Tesla vengono vendute ancora a un prezzo più alto rispetto ad altre marche di automobili, secondo Mark Hawtin, Investment Director di Gam Investments, «sulla base della crescita eccellente e del margine lordo. Tali indicatori potrebbero però subire forti pressioni nei prossimi due anni». Il gestore non crede che la differenza di prezzo sia giustificata: «Tesla non è la Apple delle auto come sostengono alcuni analisti. Apple ha una quota del mercato degli smartphone negli Stati Uniti del 55%, il principale produttore di automobili ha una quota del 10% soltanto e si tratta di Toyota». Per questo si è generato un vivace mercato di seconda mano oltre a rilanciare, appunto, il fenomeno del noleggio.
Dietro al paravento delle politiche green, il potere sta abituando le persone a usufruire dei servizi senza possedere più nulla, a partire dai mezzi di trasporto. Seguendo il’adagio neopauperista di Ida Auken, «Non avrai nulla e sarai felice», ciò va esattamente nella direzione auspicata pubblicamente dal fondatore del World Economic Forum e padre del Grande Reset, Klaus Schwab, nella riunione di gennaio del WEF: «Mentre l’umanità si muove ulteriormente verso un futuro post-carbonio, le persone devono accettare che mangiare carne e la proprietà privata siano semplicemente insostenibili».
L’abolizione della proprietà privata è sempre stato uno degli obbiettivi principali, se non il motto stesso, del comunismo, il cui messaggio, però, si rivolgeva ai proletari di tutto il mondo, ergendosi a paladino dei lavoratori, dei poveri, dei deboli e degli sfruttati. Degli ultimi, insomma. Oggi, quell’obiettivo viene riproposto dal massimo rappresentate dell’élite globalista multimiliardaria, in una chiave totalmente diversa.
Uno degli aspetti che, per esempio, il sociologo e giornalista bielorusso Evgeny Morozov critica della sharing economy, è la crescita dell’industria dei Big Data (con conseguente aumento del controllo sociale e della sorveglianza tecnologica), il cui esempio più eclatante è forse Uber, che attua una politica aggressiva nei confronti di chi la usa come piattaforma e atteggiamento friendly nei confronti dei potenziali utenti, prospettando basse tariffe e libertà di scelta.
La sharing economy, per Morozov, è una componente di una ideologia dominante di quel neoliberismo che ha usato la crisi come una opportunità per continuare l’opera di demolizione del vecchio ordine e dei diritti sociali.
Al di là della retorica autocelebrativa e di termini politicamente corretti e inclusivi come “condivisione”, si punta a illudere le persone di poter godere di un benessere istantaneo, mentre la volontà è far sparire la proprietà privata. «Anche chi non ha niente, d’altro canto, intravede a volte un barlume di bella vita; peccato che sia basata su beni che non possiede», spiega Morozov che continua: «Gli ipotetici benefici per l’ambiente derivanti dall’economia della condivisione sono altrettanto risibili: se è vero che ci viene chiesto di condividere le nostre auto con i vicini – è più economico, è verde! – è altrettanto vero che i ricchi continuano a godersi i propri yatch, le limousine e i jet privati, il tutto mentre i veri inquinatori – compagnie petrolifere e altri giganti industriali – continuano a farla franca persino per cose ben peggiori».
Dietro al socialismo di facciata, infatti, si nasconde una Agenda globale volta non a colmare ma, semmai, a incrementare lo squilibrio nelle diseguaglianze.