Fino a che punto una carrellata di tagli dei tassi da parte della BCE risolverebbe i problemi strutturali dell’Italia e di altri Paesi dell’Eurozona?
La migliore ricetta per risollevare i fondamentali dell’area euro e, nello specifico, dell’Italia è davvero l’adozione di una politica monetaria, da parte della Banca centrale europea, il più possibile espansiva, fatta di continue sforbiciate al costo del denaro?
La Germania e i Paesi falchi dell’area euro hanno più di un dubbio in merito, mentre in Italia e in altre economie del blocco le colombe tornano a fare pressione sulla presidente della banca centrale Christine Lagarde, affinché si muova in modo più deciso per impedire che l’economia dell’area scivoli in una condizione di recessione.
BCE, parla il falco Isabel Schnabel: taglio tassi non è una bacchetta magica
A lanciare un nuovo monito a chi vede nei tagli dei tassi la bacchetta magica per far rimanere a galla e stimolare ulteriormente la crescita del PIL di diversi Paesi dell’Eurozona è stata in particolare l’esponente del Consiglio direttivo della BCE, la tedesca Isabel Schnabel, che è tornata a ribadire che i tassi di interesse dovrebbero essere tagliati in modo solo graduale e non portati a un livello al di sotto di quello neutrale, che finirebbe per stimolare la crescita economica.
Schnabel ha detto no, dunque, a tassi di interesse in territorio tale da confermare una politica monetaria espansiva da parte della BCE: scenario di cui ha parlato invece di recente il governatore di Bankitalia ed esponente del Consiglio direttivo dell’Eurotower Fabio Panetta, lanciando un chiaro appello a Lagarde.
Che i falchi fossero pronti a resistere all’assedio delle colombe è stato chiaro fin da subito, con il banchiere centrale austriaco Robert Holzmann, che siede anche lui nel Consiglio direttivo della BCE, che ha subito ribattuto prontamente a Panetta.
Ora è arrivato anche l’attenti hawkish della tedesca Schnabel, che ha spiegato la sua contrarietà a far scendere i tassi di interesse in territorio espansivo sottolineando che un livello così basso non sarebbe, di fatto, la “bacchetta magica” per aiutare quelle economie che sono alle prese con problemi di natura strutturale.
Per quanto il riferimento esplicito non sia stato fatto, è naturale dedurre che l’economista si sia rivolta in primis proprio all’Italia, che si sta confermando il Paese che forse più di tutti continua ad assillare la BCE, chiedendo a Lagarde di agire anche con un maxi taglio dei tassi, di 50 punti base.
Tagli tassi: l’Italia strema Christine Lagarde
A parlare, in questi ultimi mesi e fino a pochi giorni fa è stato soprattutto il vicepremier, leader di Forza Italia e ministro degli Affari esteri Antonio Tajani.
Nella giornata di ieri, nuove pressioni sono arrivate anche dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso che, tra l’altro, ha fatto un grande annuncio sull’incontro con un grande investitore che viene in Italia.
“Mi auguro che la Banca centrale europea nel prossimo taglio dei tassi sia più assertiva perché oggi occore puntare di più sulla crescita”.
E una settimana fa circa Tajani è tornato a rilanciare quello che è diventato ormai una sorta di mantra, chiedendo a Lagarde di avere più coraggio.
“Non voglio far arrabbiare la signora Lagarde ma penso che possiamo abbassare il costo del denaro per aiutare la competitività delle aziende. Ci vuole più coraggio secondo me, Lagarde si arrabbia sempre con me”, ha ricordato Tajani, ma “sono libero di avere le mie idee”, ha precisato.
Il consiglio che arriva dal mondo delle agenzie di rating
Eppure sono state le stesse agenzie di rating, nelle ultime settimane, a premere affinché l’Italia si metta al lavoro per risolvere i suoi annosi problemi strutturali che, in tutti questi anni, hanno paralizzato la crescita del PIL del Paese e che portano, piuttosto, i nomi di alto debito, di produttività e di rilancio degli investimenti.
Su quest’ultimo nodo, occhio alla manna dal cielo del PNRR, considerata dalla maggior parte degli economisti il vero volano di crescita per l’economia italiana e, dunque, anche alla notizia relativa alla sesta rata, arrivata proprio in questi ultimi giorni.
Con un annuncio dai toni trionfalistici, la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato che in gioco ci sono “importanti riforme e investimenti, prioritari per la riduzione dei divari territoriali, per la transizione ecologica e digitale, per l’autonomia energetica e per la crescita economica e sociale dell’Italia ”.
Ma un attenti (e sicuramente non l’unico) proprio sull’attuazione del PNRR è arrivato appena qualche giorno fa dall’agenzia di rating Moody’s che, pur ribadendo il suo giudizio sul debito pubblico del Paese, dunque sui BTP, ha affermato che l’attuazione del PNRR da parte dell’Italia mostra risultati “contrastanti”.
Sempre Moody’s ha ricordato che “la spesa di queste risorse è stata inferiore al previsto e la spesa totale dei fondi disponibili entro la fine del 2026 sarà impegnativa”.
Moody’s ha inoltre annunciato di prevedere una crescita del PIL dell’Italia inferiore all’1% nel 2024, a fronte di un rapporto debito-PIL stimato in rialzo al 139,7% del qust’anno, rispetto al 134,8% del 2023, in crescita fino al 2027 a oltre il 143%. (Occhio anche alle stime annunciate dalla Commissione europea).
Stupisce in tutto questo che, a fronte degli appelli di Tajani & Co. rivolti alla BCE affinché tagli di più i tassi, il fatto che il PIL dell’Italia continui a mettere a segno un rialzo da zero virgola - se non pari a zero, come è accaduto nel terzo trimestre di quest’anno, stando ai dati dell’Istat - se si considera che in teoria, la crescita dovrebbe essere più sostenuta proprio grazie al fattore PNRR.
Il dato macro tedesco gela le speranze dell’Italia
Gli ultimi dati macro hanno intanto smorzato ulteriormente la speranza dell’Italia che Lagarde si muova in modo più incisivo in occasione della prossima e imminente ultima riunione della BCE dell’anno.
Occhio in particolare alla stima preliminare dell’inflazione tedesca di novembre che è salita nel mese di novembre al ritmo del 2,2% su base annua, rispetto al +2% di ottobre, dopo la crescita di settembre, pari al +1,6% su base annua, che aveva fatto sorgere il dubbio che il tasso di inflazione dell’area euro rischiasse di rimanere al di sotto del target del 2% anche nel medio periodo.
E invece no. Il dato ha appena contribuito a smorzare sui mercati la probabilità che BCE tagli i tassi di 50 punti base in occasione del meeting del Consiglio direttivo alle porte. E il falco Schnabel è stata chiara.
Dall’altro lato, proprio pochi minuti fa un sostegno a quanto detto da Fabio Panetta è arrivato dal governatore della Banca di Francia Francois Villeroy de Galhau. “Guardando le cose oggi, ci sono tutte le ragioni per tagliare (i tassi) il prossimo 12 dicembre. L’opzionalità dovrebbe rimanere aperta riguardo all’entità del taglio e dipendente dai dati in arrivo, dalle proiezioni sull’economia e dalla nostra valutazione del rischio”. Intanto, mentre gli analisti tornano a chiedersi quale sarà la futura direzione dei tassi dopo l’ultimo taglio dei tassi di ottobre, sempre mini, è la stessa BCE a presentare quelli che sono a suo avviso i principali tre fattori di rischio per l’economia dell’Eurozona, Italia compresa.
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