Un responsabile commerciale ha accumulato 827 giorni di ferie in 25 anni di lavoro. La società immobiliare è stata condannata a un risarcimento di 460 mila euro.
In una società dove il lavoro è sempre più frenetico e stressante, dove le scadenze sono ravvicinate e i turni settimanali scanditi precisamente, la necessità di prendersi qualche settimana di ferie ogni anno diventa un’esigenza imprescindibile per tutti i lavoratori. Il diritto di godersi le ferie non dovrebbe mai essere negato a un lavoratore in presenza di un regolare contratto di lavoro, ma non sempre le aziende rispettano queste regole.
Un caso recente finito al centro del dibattito pubblico riguarda un responsabile commerciale di una nota società immobiliare che, per ben 25 anni, ha messo le esigenze dell’azienda davanti al proprio benessere, accumulando un tesoretto di ferie non godute da capogiro: 827 giorni, l’equivalente di oltre tre anni solari di lavoro ininterrotto.
Il lavoratore avrebbe più volte chiesto le ferie ai vertici aziendali, ma l’azienda le avrebbe negate giustificando una grave carenza di personale. I giudici non hanno accettato questa scusa e hanno disposto un risarcimento stellare per il lavoratore.
Niente ferie per 3 anni per mancanza di personale
Un lavoratore di una società immobiliare si è visto negare le ferie per anni e anni, arrivando ad accumulare 827 giorni di ferie non godute per un valore di circa 460 mila euro di risarcimento. Questo è quanto ha stabilito il giudice di fronte al racconto del lavoratore e alle difese dell’azienda.
L’uomo si era unito all’azienda nel 1987, inizialmente svolgendo il ruolo di vice direttore generale e successivamente diventando responsabile commerciale, presso gli uffici di Londra e Milton Keynes. Come tutti i lavoratori assunti, il suo diritto annuale iniziale alle ferie era di 30 giorni.
Tuttavia, tra il 1987 e il 1989 l’uomo non aveva preso le ferie perché solo lui e la sua assistente personale erano dipendenti a tempo pieno. L’azienda, di fronte alle loro richieste di una pausa meritata, aveva negato la possibilità di prendere ferie perché il personale era scarso e il loro lavoro era essenziale per il buon funzionamento delle attività.
Inoltre, tra il 1988 e il 1996 i direttori dell’azienda hanno rifiutato le richieste del responsabile per 200 giorni di ferie. Entro la fine di quel periodo, il suo diritto annuale alle ferie è aumentato da 30 a 45 giorni. Dopo due anni di continui rifiuti da parte dell’azienda, il lavoratore ha deciso di ricorrere alle vie legali.
La decisione del giudice, l’accordo e il risarcimento
Per anni, ogni richiesta di ferie da parte del lavoratore era stata respinta con la medesima motivazione: «Siamo in pochi, non possiamo fare a meno di te». Una giustificazione basata sulla carenza di organico che, secondo la società, rendeva «indispensabile» la presenza costante del manager. Tuttavia, quello che l’azienda considerava una necessità organizzativa, i giudici lo hanno etichettato come una violazione sistematica dei diritti fondamentali del lavoratore.
Perciò la decisione è stata netta. Il diritto alle ferie non è un «optional», ma un pilastro garantito dalla legge per permettere il recupero delle energie psicofisiche. Il tribunale ha stabilito che la responsabilità di organizzare il lavoro in modo da permettere i turni di riposo ricade esclusivamente sul datore di lavoro.
Il risarcimento finale calcolato dai giudici è ingente: tra indennità per ferie non godute e risarcimento del danno, la società immobiliare è stata condannata a versare al dipendente la cifra di 460 mila euro.
Il licenziamento
Se tutto questo non bastasse, nel 2022 il consiglio di amministrazione è stato sostituito e un nuovo team ha richiesto tutta la documentazione per dimostrare che l’accordo fosse stato effettivamente stipulato. Nel 2024 il lavoratore è stato licenziato per presunta grave cattiva condotta, cosa che lui ha contestato. Gli è stato anche comunicato che non sarebbe stato pagato per gli 827 giorni di ferie non godute accumulati dal 1998.
Se da un lato la dedizione del responsabile commerciale è stata totale, dall’altro l’azienda ha fallito nel suo dovere di tutela. La sentenza sottolinea un principio chiaro: la carenza di personale è un rischio d’impresa che non può essere scaricato sulle spalle (e sulla salute) dei dipendenti.
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