Meta accelera sugli investimenti nell’intelligenza artificiale e valuta nuovi licenziamenti. Fino al 20% dei dipendenti potrebbe perdere il lavoro nella ristrutturazione più grande degli ultimi anni.
La corsa all’intelligenza artificiale presenta il conto. E a pagare sono (anche) i giganti della tecnologia. Nei corridoi della Silicon Valley si parla sempre più apertamente di una nuova stagione di ristrutturazioni aziendali e al centro di questa trasformazione oggi c’è il colosso dei social network guidato da Mark Zuckerberg. Secondo diverse indiscrezioni emerse negli ultimi giorni, Meta Platforms starebbe valutando un piano di licenziamenti che potrebbe coinvolgere fino al 20% della forza lavoro globale. Se confermata, si tratterebbe della più grande ondata di tagli nel gruppo dai tempi del cosiddetto “anno dell’efficienza” del 2022.
Licenziamenti di massa in arrivo in Meta. A rischio il 20% dei lavoratori
Il motivo principale sarebbe l’enorme costo della nuova frontiera tecnologica su cui la società ha deciso di puntare con decisione: l’intelligenza artificiale generativa. Negli ultimi mesi Meta ha accelerato gli investimenti in data center, infrastrutture informatiche e modelli linguistici avanzati, un impegno finanziario che potrebbe arrivare a cifre impressionanti nei prossimi anni. Solo nel 2026, secondo le stime degli analisti, l’azienda potrebbe sostenere spese complessive superiori ai 160 miliardi di dollari.
È in questo contesto che si inserisce la possibile riduzione del personale. Secondo fonti vicine al dossier citate da Reuters, i dirigenti avrebbero già ricevuto indicazioni per iniziare a valutare tagli all’organico e riorganizzazioni interne. L’obiettivo è duplice: da un lato liberare risorse per finanziare la corsa all’intelligenza artificiale, dall’altro ridisegnare il modello produttivo dell’azienda, che in futuro potrebbe contare su team più piccoli ma affiancati da sistemi automatizzati sempre più potenti.
Se la riduzione arrivasse davvero al 20%, sarebbero a rischio oltre 15.000 posti di lavoro. Alla fine del 2025 Meta contava infatti circa 79.000 dipendenti nel mondo tra ingegneri, ricercatori, manager e personale operativo.
Meta, da parte sua, non ha confermato ufficialmente l’entità dei possibili tagli. Un portavoce dell’azienda ha definito le indiscrezioni “speculative”, senza però smentire che siano in corso riflessioni interne sulla struttura dei costi.
Non è la prima volta
Non è la prima volta che il gruppo attraversa una fase di forte ristrutturazione. Tra il 2022 e il 2023 Meta aveva già eliminato circa 21.000 posti, in una strategia che Zuckerberg definì allora “year of efficiency”. Quella stagione segnò una svolta per la società, che cercava di ridurre i costi dopo anni di crescita accelerata e assunzioni massicce durante il boom digitale della pandemia. Oggi, però, lo scenario è diverso. Serve razionalizzare le spese, è vero, ma anche cambiare - e radicalmente - il modo in cui si lavora all’interno delle grandi aziende tecnologiche.
La scommessa sull’intelligenza artificiale è infatti totale. Meta sta investendo miliardi nello sviluppo di nuovi modelli, nella costruzione di giganteschi data center e nel rafforzamento dei team dedicati alla cosiddetta “superintelligenza”. Il gruppo vuole competere direttamente con gli altri giganti del settore, da Google a OpenAI, in una sfida che richiede capitali enormi e infrastrutture sempre più sofisticate.
Il ruolo (scomodo) dell’AI
Secondo diversi analisti, i licenziamenti non sarebbero soltanto una misura di risparmio. Dietro la ristrutturazione ci sarebbe una trasformazione più profonda legata all’utilizzo della stessa intelligenza artificiale,. Molte attività che prima richiedevano l’ingegno e l’apporto di molte persone oggi possono essere svolte da gruppi molto più piccoli. In alcuni reparti tecnologici, si stima che un singolo manager potrebbe arrivare a coordinare anche cinquanta ingegneri se assistito da sistemi di automazione avanzati.
E Meta non è da sola. Negli ultimi mesi diversi colossi della Silicon Valley hanno avviato riduzioni del personale proprio mentre aumentavano gli investimenti nell’AI, dinamica che molti osservatori interpretano come il segnale di una nuova fase industriale in cui l’intelligenza artificiale è sì un prodotto da vendere, ma anche uno strumento capace di trasformare radicalmente le organizzazioni aziendali.
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