Secondo alcune statistiche storiche, negli ultimi 130 anni i grandi minimi ciclici si sono spesso formati nei primi anni del decennio. L’ottobre del 2022 potrebbe quindi aver rappresentato un punto di svolta importante. Certo, le statistiche aiutano a leggere il passato, ma non possono prevedere il futuro. Anche perché, se bastasse studiare i numeri dei decenni precedenti per diventare ricchi, probabilmente gli storici sarebbero tutti milionari.
Eppure i mercati continuano a salire nonostante tutto: guerre in Ucraina, tensioni in Medio Oriente, nervosismi geopolitici, inflazione e timori sui tassi. Ed è proprio questo che oggi sorprende molti investitori.
Per mesi una parte del mercato ha atteso una correzione profonda che, almeno finora, non è arrivata. Anzi, molti listini internazionali continuano a muoversi vicino ai massimi storici.
Frattanto oro, argento e petrolio si sono allontanati dai loro picchi recenti. È come se il mercato stesse dicendo che, almeno per ora, non teme uno scenario di inflazione fuori controllo. Allo stesso tempo, però, nessuno può davvero escludere nuove fasi di volatilità. Ed è qui che spesso nasce il problema. Quando i mercati salgono per mesi consecutivi, molti investitori iniziano lentamente a convincersi che il rischio sia sparito. Succede praticamente in ogni ciclo rialzista: a un certo punto si inizia a credere che questa volta il mercato possa salire per sempre.
Come si stanno muovendo davvero i grandi gestori
In questo contesto i grandi gestori internazionali non stanno correndo dietro al mercato in modo impulsivo. Al contrario, stanno iniziando a muoversi con più prudenza di quanto molti immaginino.
Case di investimento come BlackRock, Vanguard, J.P. Morgan Asset Management e Amundi continuano certamente a mantenere una forte esposizione azionaria, soprattutto verso società tecnologiche, business ad alta generazione di cassa e aziende considerate leader nei rispettivi settori.
Ma sotto la superficie sta accadendo qualcosa di interessante.
Molti fondi stanno alleggerendo gradualmente le posizioni più speculative, aumentano le coperture e iniziano a riequilibrare i portafogli dopo il forte rally degli ultimi mesi.
Anche Warren Buffett negli ultimi trimestri ha aumentato sensibilmente la liquidità detenuta da Berkshire Hathaway, portandola su livelli molto elevati rispetto agli standard storici della società. Una scelta che molti osservatori interpretano come un segnale di prudenza in una fase di valutazioni molto tirate.
Oggi infatti il rapporto prezzo/utili (P/E) di diversi listini azionari internazionali si muove in area 21, mentre la media storica di lungo periodo si è spesso collocata fra 17 e 18. Questo non significa necessariamente che i mercati debbano crollare a breve, ma indica che una parte delle aspettative positive future potrebbe essere già stata incorporata nei prezzi.
È un comportamento che spesso passa inosservato al piccolo investitore, perché non produce movimenti spettacolari. Eppure è proprio così che lavorano i professionisti: raramente inseguono l’euforia.
Ed è qui che si vede la differenza fra investire e speculare.
Molti investitori privati tendono a comprare soprattutto quando i prezzi sono già saliti molto, spinti dalla paura di restare fuori dal mercato. I grandi gestori invece ragionano in modo diverso: quando un settore corre troppo, iniziano lentamente a ridurne il peso.
Non perché sappiano quando arriverà il ribasso. Nessuno lo sa davvero. Semplicemente perché la gestione del rischio conta più delle previsioni.
La lezione che la storia continua a ripetere
Ogni ciclo rialzista porta con sé la stessa illusione: pensare che questa volta sia diverso.
Poi, puntualmente, arriva una correzione.
La storia dei mercati è piena di fasi in cui l’euforia sembrava destinata a durare per sempre. E invece, prima o poi, i ribassi sono sempre tornati.
Correzioni del 10%, del 15% o del 20% fanno parte della normale vita dei mercati finanziari. In alcune fasi storiche, però, le discese sono state molto più violente. Dopo la bolla tecnologica del 2000 e durante la crisi finanziaria del 2008 alcuni indici persero anche il 50%, il 60% e in certi casi persino il 70%.
Ed è proprio nei momenti di maggiore entusiasmo che questi rischi vengono dimenticati.
Questo però non significa che oggi bisogna correre a vendere tutto e nascondere i soldi sotto il materasso.
Significa semplicemente ricordarsi che il mercato si muove a cicli. Sempre.
Oggi probabilmente non bisogna essere né troppo pessimisti né eccessivamente ottimisti. I mercati restano forti, sostenuti dalla liquidità e dalla crescita degli utili in alcuni settori strategici, ma allo stesso tempo le valutazioni stanno diventando più elevate e i rischi geopolitici ed economici non sono affatto spariti.
La strategia che nel tempo ha funzionato più spesso
C’è però un aspetto che la storia finanziaria continua a confermare con una certa regolarità: la diversificazione globale e la gestione passiva hanno spesso battuto strategie troppo aggressive o eccessivamente speculative.
Molti investitori passano anni a cercare il titolo perfetto, il settore del momento o il timing ideale. Eppure, molto spesso, i risultati migliori sono arrivati da strategie più semplici e disciplinate.
Distribuire gli investimenti fra le principali economie mondiali, senza concentrare tutto su un solo settore o su un solo Paese, ha permesso nel tempo di attraversare guerre, crisi finanziarie, shock energetici e recessioni senza dover continuamente rincorrere il mercato.
È anche per questo motivo che molti consulenti continuano a suggerire strumenti passivi globali ben diversificati agli investitori retail.
Naturalmente i grandi fondi non si limitano a comprare ETF e aspettare. La gestione istituzionale resta molto più sofisticata. Ma il principio di fondo resta lo stesso: diversificare per sopravvivere agli errori e ai cicli di mercato.
Il vero nemico spesso è l’emotività
Nella maggior parte dei casi il problema non è il mercato. È il comportamento dell’investitore.
Si compra quando tutto sale e sembra facile guadagnare. Si vende quando la paura domina i titoli dei giornali.
Ed è proprio lì che molti distruggono rendimenti costruiti in anni.
A parole tutti dicono di voler comprare sui ribassi. Poi, quando i mercati scendono davvero del 15% o del 20%, quasi nessuno ha il coraggio di farlo.
E diciamolo chiaramente: restare lucidi quando il proprio portafoglio perde valore non è facile per nessuno.
I grandi gestori provano almeno a seguire processi e regole precise. L’investitore privato, invece, molto spesso compra quando l’entusiasmo è massimo e vende quando la paura prende il sopravvento.
Cosa potrebbe fare oggi un investitore
Molti si chiedono se abbia senso investire proprio ora, con le Borse vicine ai massimi storici.
La verità è che nessuno conosce il momento perfetto per entrare.
Ed è proprio per questo motivo che molti professionisti utilizzano il PAC, il Piano di Accumulo del Capitale.
Investire una quota fissa ogni mese permette infatti di evitare l’errore di entrare con tutta la liquidità in un solo momento. Se i mercati continueranno a salire, una parte del capitale sarà già investita. Se invece arriverà una correzione, il PAC consentirà di acquistare più quote a prezzi più bassi.
Un altro concetto fondamentale è il ribilanciamento del portafoglio.
Immaginiamo un portafoglio inizialmente composto dal 60% di azioni e dal 40% di obbligazioni. Dopo mesi di rialzi, la quota azionaria potrebbe diventare il 70% del totale. Ribilanciare significa riportare il portafoglio ai pesi iniziali, vendendo una parte degli asset che sono saliti troppo e aumentando quelli rimasti indietro.
In pratica, è uno dei pochi modi razionali per fare ciò che tutti dicono ma pochi riescono davvero a fare: comprare basso e vendere alto.
Il tempo resta il miglior alleato
Molti investitori si spaventano quando sentono parlare dei grandi crolli del passato. Ma spesso dimenticano anche un altro dettaglio fondamentale: i mercati, nel lungo periodo, hanno sempre recuperato le grandi crisi.
Dopo il 2008, ad esempio, molti erano convinti che la finanza mondiale fosse finita. Eppure negli anni successivi i listini globali sono tornati sui massimi e li hanno ampiamente superati.
Questo non significa che il mercato salirà sempre in linea retta. Non lo ha mai fatto.
Significa però che il tempo è stato quasi sempre il migliore alleato degli investitori pazienti.
Ed è qui che entra in gioco il vero tema: l’orizzonte temporale.
Negli ultimi 130 anni, chi ha diversificato i propri investimenti in base al PIL mondiale e ha mantenuto un orizzonte temporale di almeno 10 anni ha avuto storicamente elevate probabilità di ottenere rendimenti positivi. In molti studi di lungo periodo queste probabilità si sono avvicinate all’80%. Con un orizzonte di 20 anni, invece, le probabilità hanno spesso superato il 90%.
Naturalmente nessuna statistica garantisce rendimenti futuri, ma la storia dei mercati continua a mostrare come il tempo e la diversificazione abbiano rappresentato due degli alleati più importanti per l’investitore.
Per questo motivo il capitale destinato alle Borse dovrebbe avere un orizzonte di almeno 7-10 anni.
Se oggi si investe in azionario globale bisogna infatti essere consapevoli che lungo il percorso potranno arrivare anche ribassi importanti, fasi di panico e periodi di forte volatilità.
La storia dei mercati insegna però che la ricchezza raramente nasce dalla fretta. Più spesso nasce dalla disciplina, dalla pazienza e dalla capacità di restare lucidi proprio quando gli altri perdono la testa.