Hanno fatto l’en plein, a Bruxelles, dividendosi tutti gli incarichi di vertice dell’Unione: i Top Jobs andavano definiti il prima possibile, chiudendo ogni spazio di trattativa con le opposizioni. Una decisione dettata dal timore di perdere potere, mentre nel mondo tanti equilibri stanno cambiando velocissimi.
Il quadro politico europeo, americano e mondiale è troppo instabile e frastagliato per potersi permettere di mollare la presa: in Francia, le elezioni legislative anticipate dopo la sconfitta alle europee hanno confermato la mancanza di sostegno popolare alla compagine che sostiene il Presidente Emmanuel Macron; negli Usa, dopo il fallito attentato a Donald Trump, la rinuncia alla ricandidatura da parte del Presidente Joe ha riaperto i giochi tra i Democratici che vedono consolidarsi la candidatura di Kamala Harris attuale Vice Presidente; il ministro degli esteri ucraino Kuleba si è recato a Pechino per sondare le posizioni della Cina; sempre a Pechino, la diplomazia cinese ha promosso un accordo tra dodici fazioni palestinesi in vista della gestione politica unitaria in vista della sospensione delle operazioni militari a Gaza; il premier israeliano Netanyau si è recato a Washington per perorare il sostegno alla lotta contro il terrorismo di Hamas e soprattutto contro il pericolo esistenziale rappresentato dal nucleare iraniano; a Londra, il nuovo governo laburista, appena insediatosi, manda segnali confusi un po’ su tutto, anche sul Tempest, il progetto di costruire un aereo di sesta generazione che ha come partner l’Italia ed il Giappone.
L’Europa si trova in bilico, tra una ulteriore progressione espansiva nel quadrante balcanico ed oltre il Mar Nero e le faglie interne che minano il progetto di trasformarsi in un Super Stato: l’idea di superare la regola dell’unanimità per le decisioni cruciali incontra troppi ostacoli ancora sommersi da parte della stessa Polonia, così come della Ungheria e dell’Austria.
La definizione della questione ucraina è preliminare, perché la sua adesione all’Unione da una parte assorbirebbe immense risorse finanziarie per la ricostruzione ed i sussidi, e dall’altra immetterebbe decine di milioni di potenziali emigranti ed enormi capacità produttive in campo agricolo facendo saltare in aria gli attuali, già precari equilibri della politica agricola comune.
E’ la Cina, il punto di snodo: le sue relazioni con la Germania sono entrate ad un punto morto, ma è inevitabile un chiarimento che Bruxelles non sa come gestire dopo aver proclamato obiettivi estremamente sfidanti in campo ambientale che vedono l’industria europea in grande affaticamento. Dalla siderurgia al comparto automobilistico, per non parlare dei pannelli solari e degli altri materiali serventi l’economia verde, il muro contro muro e la politica dei dazi sembrano arrivati ad un punto morto.
Il nuovo mandato conferito alla Presidente Ursula Von der Leyen dimostra la situazione di stallo in cui si trova l’Unione: legata com’è agli Stati Uniti sulla vicenda della Ucraina attraverso l’impegno nella Nato, non ha alcuna strategia autonoma né nei confronti della Cina, né nei confronti della Russia e tantomeno nei confronti di Israele.
Saranno i singoli Stati europei a fare per primi le loro mosse, cercando di spostare così gli equilibri di Bruxelles: la conferma alla Presidenza di Ursula Von der Leyen è stato solo un modo per rinviare a dopo ogni cambiamento.
L’Italia non ha votato per la conferma della Presidente della Commissione: sta al vento, ed attende gli eventi.
Si è chiusa in difesa, l’Unione: fa catenaccio, mentre il mondo è in subbuglio e si definiscono i nuovi equilibri che sanciranno comunque la fine dell’eccezionalismo americano. L’era dell’unica superpotenza globale, del gendarme che sorveglia da solo tutto il mondo mentre la globalizzazione abbatte le frontiere, è già tramontata.