Meno dipendenza dagli Usa: ecco la nuova strategia economica della Cina

Federico Giuliani

30 Giugno 2025 - 06:29

I produttori cinesi stanno cercando nuovi mercati per assorbire almeno una parte delle vendite perse a causa dei dazi statunitensi.

Meno dipendenza dagli Usa: ecco la nuova strategia economica della Cina

Mentre l’opinione pubblica occidentale si chiede ancora se valga la pena “staccarsi” dalla Cina, praticando quello che viene definito decoupling, Pechino ha già deciso di praticare uno smarcamento silenzioso dagli Stati Uniti. Oltre la Muraglia non lo chiamano né derisking, né decoupling: fanno semplicemente notare la pericolosità, l’inadeguatezza, il rischio di continuare a puntare solo e soltanto sui ricchi mercati dell’Occidente.

Non ha più senso farlo, o almeno, non ha più senso considerare quest’opzione la prima scelta in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche. Non è un caso che i produttori cinesi stiano correndo per trovare acquirenti, in patria e all’estero, in grado di sostituire, almeno parzialmente, il loro più grande mercato di esportazione: quello statunitense.

I dati commerciali pubblicati dal Dragone dopo l’annuncio, ad aprile, dei super dazi di Donald Trump sul Made in China hanno mostrato un aumento delle esportazioni cinesi verso i mercati alternativi, mete che dovrebbero in parte ammortizzare il calo delle spedizioni dirette negli Stati Uniti. Lo scorso maggio, per esempio, il valore delle esportazioni cinesi verso l’Europa è aumentato del 12% su base annua (in Germania +22%) mentre quelle verso i Paesi del Sud-est asiatico del 15%.

Il decoupling silenzioso della Cina

Secondo quanto riportato dal Financial Times, i produttori cinesi dovrebbero essere in grado di recuperare in altri mercati almeno una parte delle vendite perse a causa dei dazi statunitensi, contribuendo così a garantire che le esportazioni rimangano ancora un pilastro di un’economia nazionale ancora alle prese con la crisi del settore immobiliare (sempre da assorbire) e la debole fiducia dei consumatori.

Basta dare un’occhiata a cosa sta accadendo nella provincia dello Zhejiang, cuore dell’export cinese – seconda provincia del Paese per esportazione - dove molti proprietari di fabbriche e produttori stanno urgentemente spostando l’attenzione verso partner commerciali più stabili rispetto agli Stati Uniti o, addirittura, verso l’immenso ma conteso mercato interno. Tutto, insomma, pur di bypassare il collo di bottiglia statunitense.

I dazi medi Usa sui prodotti cinesi sono ancora superiori al 50% e la possibilità che Trump rimetta tariffe elevatissime sui prodotti Made in China diretti negli Stati Uniti non è affatto remota. Risultato: il timore che gli scambi commerciali con gli Usa possano rivelarsi non redditizi hanno spinto le aziende del Dragone a cercare nuovi mercati di esportazione.

Una soluzione rischiosa

Dietro gli Stati Uniti, le principali destinazioni delle esportazioni cinesi in termini di valore coincidono con Unione Europea, Vietnam (dove molte merci vengono lavorate per la riesportazione), Giappone e Corea del Sud. E proprio la Commissione europea sta monitorando con attenzione la situazione, nel tentativo di contrastare eventuali picchi di importazioni cinesi. Il primo rapporto di sorveglianza di Bruxelles, non a caso, ha rilevato improvvisi aumenti nell’import di prodotti Made in China che vanno dalle chitarre ai robot industriali.

“Stiamo assistendo a un nuovo shock cinese”, ha dichiarato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, all’ultimo G7, aggiungendo che “mentre l’economia cinese rallenta, Pechino inonda i mercati globali con una sovraccapacità sussidiata che il suo mercato interno non riesce ad assorbire”.

Cercare nuovi mercati alternativi agli Usa è rischioso perché la reazione dei governi stranieri all’impennata di un improvviso export low cost cinese è quasi sempre quella di chiusura. E però, con un valore delle esportazioni annuali di circa 550 miliardi di dollari, i leader della provincia dello Zhejiang non possono fare altro che aiutare i loro 100.000 produttori a superare la crisi innescata dalla guerra dei dazi.

Il governo provinciale, per esempio, ha iniziato a coprire i costi di partecipazione delle aziende alle fiere all’estero, ha lanciato programmi linguistici per formare 100.000 nuovi venditori di e-commerce transfrontalieri e aumentato i sussidi per l’assicurazione dei crediti all’esportazione. Basterà per inaugurare una nuova era economica?