Giorgia Meloni saldamente al fianco di Benjamin Netanyahu sulla guerra tra Israele e Hamas? Il sostegno dell’Italia al governo di destra di Tel Aviv va ben oltre la doverosa solidarietà per gli attentati del 7 ottobre. Il governo di Roma ha mostrato un sostegno chiaro e netto all’operato del primo ministro, nazional-conservatore e sovranista come (a parole) anche “Io sono Giorgia” si definisce.
L’Italia scorda le lezioni del passato
L’esecutivo e tutta la sua banda d’accompagnamento politico-culturale, a partire dai quotidiani della famiglia Angelucci e da Il Foglio tornato in modalità neocon, sono tornati a Oriana Fallaci, al “Noi contro Loro”. Dove “Noi” siamo l’Occidente illuminato, amico della libertà e desideroso di pace. E loro gli abitanti dell’Hic sunt leones della mappa geopolitica mondiale. A partire dagli arabi, ovviamente. Tanto che Meloni ha alzato arbitrariamente il livello dello scontro sottolineando le minacce di emulazione sul territorio nazionale da parte di spin-off di Hamas. Una mossa che mostra, chiaramente, una scarsa conoscenza della realtà internazionale: Hamas è un’organizzazione paragonabile più ai Talebani, ove nazionalismo e radicalismo islamista si fondono, che a Al-Qaeda o Isis, dotati di un’insidiosa proiezione internazionale. Tanto che nel recente, pregevole rapporto Il nemico invisibile della Fondazione Leonardo Med-Or, dedicato al fenomeno jihadista nell’area euromediterranea, sono queste ultime sigle e non Hamas citate dall’autore Andrea Maciulli come pronte a proliferare anche al netto della ridotta attenzione mediatica degli ultimi anni.
Si sente in Italia la mancanza della capacità politica di capire l’altro da noi e poter essere al contempo partner per gli alleati e i Paesi del campo più distante dal nostro. Quel sistema che, oliato da attività come l’estrazione petrolifera e la sinergia con la diplomazia vaticana, ha permesso all’Italia di essere, nel corso degli Anni della Prima Repubblica, amica di Israele e del mondo arabo, fautrice della pace e della riduzione, al minimo, delle escalation e degli spargimenti di sangue. Aldo Moro fu l’artefice del patto d’intelligence tra Roma e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) che proteggeva gli uomini di Arafat sul suolo nazionale in cambio dello stop agli attentati (il “lodo Moro”) tra Anni Sessanta e Settanta. Ma l’Italia seppe anche aiutare Israele quando necessario.
Nel 1971 il Servizio Informazioni della Difesa (SID) italiano dell’ammiraglio Fulvio Martini, che ne scrisse nel libro “Nome in Codice Ulisse” incontrò Arie Shalev, dell’intelligence militare israeliana, per discutere sui preparativi arabi per la guerra contro Israele che sarebbe esplosa nel 1973 con il conflitto lanciato nel giorno dello Yom Kippur. L’Italia tramite l’intelligence NATO aveva scoperto che le truppe arabe si addestravano con le unità della Germania Est e dell’Urss a superare sbarramenti anticarro, a avanzate rapide, all’operazione congiunta di unità meccanizzate e aerei. Inoltre, In Siria e Egitto c’erano migliaia di consigliere militari sovietici.
Soprattutto, Martini comunicò a Israele, governato allora da Golda Meir, che l’obiettivo arabo sarebbe stato politico: porre il tema delle rivendicazioni arabe contro Israele invadendo i territori conquistati da Tel Aviv nel 1967 per renderne insostenibile il controllo. L’andamento esatto della guerra del Kippur del 1973: attacco a sorpresa arabo, risposta israeliana, successo militare dello Stato ebraico ma rotta politica con la riconsegna del Sinai all’Egitto. E figuraccia collettiva dell’Occidente travolto dalla crisi energetica.
Craxi, Andreotti, Mattei e La Pira: i maestri della politica mediorientale
La volontà di favorire le de-escalation tra Occidente, esteso a Israele, e mondo arabo, ha guidato manovre geopolitiche ed economiche come la proiezione dell’Eni di Enrico Mattei nei Paesi musulmani. Ha spinto la diplomazia della fede del sindaco di Firenze Giorgio La Pira che desiderava fare del Mediterraneo il Grande Lago di Tiberiade ove far dialogare i referenti di tre culture (europea, araba, ebraica) e di tre grandi religioni monoteistiche per trovare punti di contatto e di convergenza. Da ultimo, con l’attenzione alle rivendicazioni di Arafat e la sintonia con gli arabi Giulio Andreotti e Bettino Craxi, da ministro degli Esteri e premier rispettivamente, dal 1983 al 1987 svilupparono una diplomazia della pace che si sostanziò nell’impegno italiano in Libano, nella lotta alle frange esterne all’Olp e più estremiste nel movimento palestinese e nell’invito a Israele a riconsiderare le sue pretese di dominio sulla Palestina. Una premessa politica che contribuì agli accordi Rabin-Arafat poi sotterrati, negli ultimi trent’anni, dall’estremismo dei falchi delle due parti.
Un’agenda per l’Italia
In seguito l’Italia negli ultimi decenni appiattitasi sull’unica retorica politico-diplomatica dell’occidentalismo ha perso quel capitale politico che invero resterebbe sviluppabile qualora si perseguisse, in direzione ostinata e contraria a un coro europeo sempre più flebile, una rumorosa diplomazia per la pace e il dialogo. Capace di mettere al tavolo israeliani e palestinesi, sfruttando la triangolazione con la Santa Sede e il ruolo di cerniera tra Oriente e Occidente che naturalmente ci compete. Ne sarà Meloni capace? La condanna all’obbrobrio di Hamas deve essere ferma e dura. Ma la politica impone realismo.
Un’Italia in ottimi rapporti con l’Egitto, aperta al dialogo col Golfo, presente militarmente in Libano e Iraq, attiva con l’Eni nella regione mediorientale, in dialogo con Israele sui gasdotti ma sempre a favore della soluzione a due Stati avrebbe un capitale diplomatico da spendere per una de-escalation. Non giocare le carte al tavolo e scegliere la via più comoda, il sostegno all’armiamoci e partite di Netanyahu, significa ritirarsi anzitempo dal tavolo. E consegnarsi, una volta di più, a quell’irrilevanza da cui ci avevano riscattato i grandi della Repubblica.