Materie prime: il rialzo dei prezzi del petrolio può surriscaldare l’inflazione e penalizzare i mercati

Il rialzo sostenuto dei prezzi del petrolio rischia di avere ricadute sul potere d’acquisto dei cittadini e sulle politiche monetarie di Fed e BCE. Ecco come

Materie prime: il rialzo dei prezzi del petrolio può surriscaldare l'inflazione e penalizzare i mercati

Il comparto delle commodity ha registrato un andamento variegato nella prima parte di anno. Il catalizzatore d’interesse per eccellenza in questa asset class è stato il petrolio, grazie ai rally messi a punto dalle quotazioni di Brent e WTI.

Da inizio anno infatti le derrate agricole, in particolare la soia, e i materiali industriali hanno risentito dei timori che la guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina possa impattare negativamente sulla crescita globale e dunque sulla domanda di questi beni.

L’andamento del Brent dal 2017 ad oggi


Fonte dati Bloomberg

Al contrario, il greggio ha vissuto i primi sei mesi dell’anno spinto da elementi di carattere fondamentale che hanno riguardato principalmente, come già da qualche anno, il lato dell’offerta.

Gli shock sul fronte della produzione che hanno coinvolto alcuni Paesi produttori, anche esterni all’Opec come Canada, Iran, Venezuela e Libia, hanno costituito i principali ingredienti alla base del rally delle quotazioni petrolifere.

Il petrolio del Mare del Nord, il Brent, è salito di circa il 15% da inizio anno e a giungo ha sfiorato gli 80 dollari al barile, massimo da fine 2014. Al contempo il Crude oil americano (WTI) è salito ancor più rapidamente grazie alle problematiche riscontrate dal vicino Canada che hanno contribuito a far calare in modo marcato le scorte di barili negli Stati Uniti.

Rialzo prezzi del petrolio, quali implicazioni per l’economia globale?

Per il momento il rialzo sostenuto dei prezzi ha suscitato la preoccupazione dei principali produttori e del Presidente americano Donald Trump. I Paesi del cartello Opec nell’ultima riunione di Vienna si sono impegnati nel ripristinare gli eccessi della subproduzione dovuta ai tagli implementati nel 2016 e 2017. Trump ha invece affidato più volte a Twitter i propri timori circa il rialzo del prezzo della benzina.

Relativamente a quest’ultimo punto infatti il rischio è che gli alti prezzi del greggio possano innescare un rialzo dell’inflazione maggiore a quanto ipotizzato. Ciò da un lato danneggerebbe il potere d’acquisto dei cittadini, soprattutto negli Usa dove le stime per l’inflazione sono più alte, dall’altro creerebbe maggiori pressioni sulla politica monetaria delle banche centrali.

In particolar modo in America, la Federal Reserve, che ha un target di inflazione al 2% come la BCE, si troverebbe costretta ad accelerare ulteriormente il passo sui rialzi dei tassi d’interesse di riferimento. Le implicazioni sul processo di normalizzazione della politica monetaria statunitense sarebbero negative, sia sul fronte obbligazionario che per quello azionario.

Un processo di innalzamento del costo del denaro più veloce di quanto finora stimato dal mercato causerebbe una flessione dei valori di mercato di titoli di Stato e Corporate bond tanto nel tratto a breve che ancor più a lungo periodo. Per gli investitori il movimento si tradurrebbe in un decremento del valore dei bond detenuti in portafoglio.

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Sul fronte dell’equity i fattori negativi si muoverebbero lungo due direttrici. La prima legata al costo/opportunità di investire in azioni in un clima di rialzo dei tassi, la seconda invece legata all’incremento del costo di finanziamento per le aziende, elemento che impatterebbe negativamente sui margini e gli utili societari.

Qualora le quotazioni del petrolio dovessero superare gli 80 dollari al barile in modo stabile, questi temi verrebbero affrontati con maggior considerazione sia Oltreoceano, dalla Casa Bianca e dal Governatore Fed, che nel Vecchio Continente.

Ecco dunque che per le settimane e i mesi a venire gli investitori dovranno guardare con particolare attenzione a questa variabile, strettamente legata anche all’evoluzione dell’inflazione in America e in Europa. Un po’ come accaduto fino allo scoppio della crisi dei mutui subprime nell’ormai lontano 2008.

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