Il mercato del prezzo del petrolio ha aperto l’anno con un movimento rialzista significativo, ma resta ancora intrappolato in un intervallo che dura ormai da molti mesi.
Nonostante un aumento di circa il 15% a gennaio e il ritorno del Brent sopra i 70 dollari al barile, le quotazioni non riescono a uscire in modo deciso dalla fascia 60-80 dollari.
Questo apparente paradosso riflette un equilibrio delicato tra timori geopolitici e abbondanza di offerta. Per molti osservatori, solo un vero shock dell’offerta legato all’Iran potrebbe rompere questo schema.
All’inizio del 2026 diversi eventi hanno ridotto temporaneamente la disponibilità di greggio. Le esportazioni venezuelane sono diminuite rispetto alla media dello scorso anno mentre il Paese fatica a rilanciare la propria industria energetica. In Kazakistan un blackout ha fermato il grande giacimento di Tengiz, uno dei più importanti al mondo, e anche se la produzione è ripresa, il ritorno ai livelli normali richiede tempo. Negli Stati Uniti, invece, il maltempo invernale ha causato un calo temporaneo fino a 2 milioni di barili al giorno. Tutti questi fattori hanno inciso sull’offerta globale nel breve periodo.
Eppure il mercato non ha reagito con un’esplosione dei prezzi. Il motivo principale è che altre aree stanno pompando di più, inclusi alcuni produttori chiave dell’OPEC. Inoltre le scorte, sia onshore sia offshore, restano consistenti. Le previsioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia indicano addirittura un possibile surplus di milioni di barili al giorno nel 2026. In un contesto di surplus globale, ogni interruzione locale tende a essere riassorbita dal sistema.
Su questo sfondo già complesso si inserisce la variabile geopolitica. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono tornate a salire, accompagnate da retorica aggressiva e da un rafforzamento militare nella regione. L’Iran è tra i maggiori produttori del cartello e contribuisce per circa il 3% alla produzione mondiale. Un eventuale attacco e una conseguente ritorsione potrebbero coinvolgere aree da cui passa una quota rilevante delle esportazioni energetiche globali. È questo scenario che tiene i mercati con il fiato sospeso.
L’aumento dell’indice di volatilità del petrolio mostra che gli operatori stanno comprando protezione contro movimenti bruschi dei prezzi. Tuttavia, finora il cosiddetto premio per il rischio geopolitico incorporato nelle quotazioni resta limitato. Gli investitori sembrano ritenere che le tensioni possano rimanere sotto la soglia di un conflitto capace di colpire seriamente i flussi fisici di greggio.
La storia recente rafforza questa prudenza. Negli ultimi due anni il mercato ha già attraversato guerre regionali, attacchi a infrastrutture energetiche e ondate di sanzioni senza riuscire a stabilizzarsi sopra gli 80 dollari. Questo suggerisce che la sensibilità del mercato alle crisi politiche, da sola, non è più quella del passato. Oggi serve una perdita di offerta ampia, concreta e prolungata per spostare davvero gli equilibri.
Affinché il mercato petrolifero entri in una nuova fase rialzista servirebbe uno scenario estremo in cui le forniture mediorientali vengano compromesse su larga scala. Finché il mondo dispone di scorte abbondanti e capacità produttiva alternativa, le parole e le minacce peseranno meno dei barili reali. Il petrolio, almeno per ora, sembra rispondere più ai fondamentali che alla retorica.