Trump minaccia chi commercia con l’Iran. Cosa rischia l’Italia?

Flavia Provenzani

21 Agosto 2026 - 10:21

La minaccia di Trump all’Iran riaccende i timori sui mercati. Ma il vero rischio per l’Italia passa dall’energia e dal prezzo del gas.

Trump minaccia chi commercia con l’Iran. Cosa rischia l’Italia?

Da quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, il 28 febbraio, le conseguenze si sono viste soprattutto sul piano energetico. La contesa sullo stretto di Hormuz ha ridotto i flussi di greggio a una media di 4,9 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre, contro i 21,6 milioni del trimestre precedente all’inizio del conflitto, secondo i dati dell’Energy Information Administration. Sei mesi dopo, il passaggio resta chiuso o semichiuso a intermittenza e il conflitto non trova una soluzione.

Poi, l’annuncio che ha rimesso in moto i mercati. Nella notte tra mercoledì e giovedì Donald Trump ha scritto su Truth di avviare l’operazione economica più devastante mai intrapresa contro un Paese, promettendo una guerra economica e un isolamento «senza precedenti». Il passaggio politicamente più rilevante, però, non riguarda Teheran, quanto piuttosto qualsiasi Paese che consenta a istituzioni finanziarie, imprese, aeroporti o enti governativi di fornire un’ancora di salvezza all’Iran dovrà affrontare a sua volta conseguenze economiche. Siamo davanti a logica delle sanzioni secondarie portata su scala inedita, e il segretario al Tesoro Scott Bessent ha promesso di illustrarne i dettagli in una conferenza stampa lunedì.

Chi commercia con l’Iran?

La minaccia di Trump ha senso solo se si guarda alla mappa dei partner commerciali iraniani, che Reuters ha ricostruito in una ricognizione pubblicata giovedì. Il nome che conta è la Cina, con oltre l’80% del greggio iraniano imbarcato che prende la rotta cinese, con acquisti medi stimati da Kpler in 1,38 milioni di barili al giorno nel 2025. Pechino ha costruito negli anni un circuito parallelo di raffinerie indipendenti con esposizione minima al mercato americano, con il petrolio iraniano etichettato come malese o indonesiano, regolato in yuan e movimentato attraverso una catena di intermediari difficili da tracciare. Ad aprile il Tesoro statunitense aveva già sanzionato una raffineria cinese e avvertito le banche del Paese del rischio di sanzioni secondarie.

Il secondo nodo sono gli Emirati Arabi Uniti, storicamente il polmone finanziario di Teheran, che fornivano il 30% delle importazioni iraniane, per 21 miliardi di dollari nel 2024 secondo l’Organizzazione mondiale del commercio, e assorbivano il 13% dell’export. Questa settimana Abu Dhabi ha sospeso a tempo indeterminato ogni transazione commerciale e finanziaria con l’Iran, dopo aver accusato Teheran di aver lanciato due missili balistici contro il traffico marittimo nel Golfo, accusa che l’Iran ha respinto.

Gli altri nomi della lista raccontano relazioni più difficili da spezzare per ragioni strutturali. La Turchia importa gas iraniano (il 13% del suo fabbisogno di importazione) con un interscambio bilaterale intorno ai 5-6 miliardi di dollari, e non ha dato alcun segnale di volerlo ridurre. L’Iraq ha superato i 10 miliardi di scambi nel 2025 e paga a Teheran tra 4 e 5 miliardi l’anno per il gas che alimenta le sue centrali elettriche: due funzionari energetici iracheni hanno spiegato a Reuters che nuove sanzioni americane renderebbero molto complicato continuare a pagare quelle forniture restando fuori dal perimetro sanzionatorio. Seguono l’Oman, mediatore storico con 1,5 miliardi di scambi nel 2025, il Pakistan, dove il commercio informale vale circa 4 miliardi, l’India, scesa a 1,63 miliardi nell’anno fiscale 2025/26 da 17 miliardi del 2018/19, e i due vicini caucasici, Armenia e Azerbaijan, legati a Teheran da accordi di swap energetico e da rotte logistiche difficilmente sostituibili.

Italia secondo partner commerciale europeo dell’Iran

I rapporti economici tra Iran e Unione Europea sono stati importanti per decine di anni; gli scambi avevano toccato i 23,8 miliardi di euro nel 2005 e superato i 27 miliardi nel 2011, prima che le sanzioni li riducessero progressivamente. Il ripiegamento si è accentuato dopo il ritorno delle sanzioni Onu con lo snapback del settembre 2025, recepite nel diritto europeo, e con il divieto comunitario, in vigore dal 1° gennaio 2026, di fornire servizi alle petroliere battenti bandiera iraniana. A fine gennaio Bruxelles ha aggiunto un nuovo pacchetto di misure motivato dalle violazioni dei diritti umani e dal sostegno iraniano alla Russia in Ucraina.

Secondo i dati Eurostat, nel 2025 il commercio di beni tra Unione Europea e Iran è stato pari a 3,72 miliardi di euro, 0,76 miliardi di importazioni europee e 2,97 miliardi di esportazioni, con un surplus di circa 2,2 miliardi a favore dell’Unione. Rispetto ai 4,6 miliardi del 2024 è un calo di quasi un miliardo in dodici mesi. Gli scambi di servizi valevano 1,56 miliardi nel 2024, con 0,69 miliardi di import e 0,87 di export. Nel complesso l’Iran pesa oggi lo 0,1% delle esportazioni europee, contro l’1% abbondante di vent’anni fa.

Il primo partner europeo di Teheran è la Germania, con il 31,8% degli scambi: 218 milioni di importazioni e 963 milioni di esportazioni, in calo dagli 1,27 miliardi del 2024. Al secondo posto c’è l’Italia, con il 15,6% del totale, 132 milioni di import e 447 milioni di export. Terzi i Paesi Bassi, con il 15,5%, in crescita dal 13,3% dell’anno precedente. Insieme, i tre Paesi concentrano il 62,9% del commercio tra Unione Europea e Iran; Francia e Spagna restano sotto i 250 milioni ciascuna.

Il contenuto di questi scambi spiega perché la minaccia americana, sul piano strettamente commerciale, sfiori appena l’Italia. Le esportazioni italiane verso l’Iran sono fatte per circa metà di macchinari industriali, poi di strumenti ottici e medicali, prodotti farmaceutici, apparecchiature elettriche e semilavorati siderurgici. Le importazioni sono ferro e acciaio, frutta secca, emoderivati, conserve vegetali, alluminio, spezie. Di petrolio non c’è traccia: l’ultimo greggio iraniano sbarcato in Italia risale al 2018, prima dell’uscita americana dall’accordo sul nucleare.

Il vero canale di trasmissione per l’Italia è l’energia

Il rischio per le imprese italiane, semmai, è di natura diversa e già noto dal 2018. Le sanzioni secondarie statunitensi non hanno efficacia diretta nell’ordinamento italiano (l’Unione dispone anzi di uno statuto di blocco che vieta alle proprie imprese di conformarvisi) ma producono effetti reali attraverso il calcolo di rischio di banche, assicuratori e società di spedizione, che preferiscono rinunciare a un affare da qualche milione piuttosto che esporsi al mercato americano. È il meccanismo che ha già svuotato di fatto i canali di pagamento verso Teheran negli anni scorsi.

Il vero canale di trasmissione, per famiglie e imprese italiane, passa dal prezzo dell’energia. L’Italia non compra nulla dall’Iran sul fronte energetico, ma è tra i Paesi europei più esposti alle tensioni nel Golfo per via del peso crescente del gas naturale liquefatto, e Hormuz è la rotta di uscita del Gnl qatarino. A luglio l’indice Ig del Gestore dei mercati energetici ha segnato una media di 56,16 euro al megawattora contro i 36,76 dello stesso mese del 2025: oltre il 50% in un anno. Gli stoccaggi italiani viaggiano su livelli di riempimento nettamente superiori alla media europea, ma sono stati riempiti a prezzi molto più alti dell’anno scorso, e quel costo si scaricherà sulle bollette dei prossimi mesi.

La Commissione europea, per ora, si è limitata a invocare la diplomazia, evitando di commentare le minacce della Casa Bianca e dichiarando di non voler avanzare ipotesi sulle conseguenze per l’Unione. È una posizione attendista che potrebbe non reggere a lungo: se lunedì Bessent dovesse annunciare misure che colpiscono banche o assicuratori europei, Bruxelles si troverebbe davanti alla stessa scelta del 2018, quando lo statuto di blocco si rivelò uno strumento più simbolico che efficace.

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