Macron? En Marche!

Guido Salerno Aletta

8 Marzo 2024 - 07:30

“Militarizzare” la campagna elettorale sul tema dello scontro con la Russia serve ad evitare che il dibattito si focalizzi sulle politiche europee, dall’ambiente all’agricoltura.

Macron? En Marche!

“Niente può essere escluso, neppure l’invio di soldati in Ucraina. Anche se al momento non c’è consenso su questa decisione, la situazione è in evoluzione. D’altra parte, un po’ alla volta, dopo estenuanti discussioni, in questi sono venute meno tutte le riserve che sono state sollevate in ordine all’invio di armi sempre più potenti alla Ucraina”.

Le smentite da parte statunitense e dello stesso Segretario generale della Nato Stoltemberg alle affermazioni del Presidente francese Emmanuel Macron, espresse al termine di una ennesima Conferenza a sostegno della Ucraina convocata a Parigi, non hanno fatto che rendere ancora più visibile lo strappo, l’accelerazione impressa in modo così improvviso ed inaspettato in ordine alla solidarietà occidentale nei confronti della Ucraina, che cerca di riconquistare i territori invasi dalla Russia con la Operazione militare speciale del febbraio del 2022 e la stessa Crimea, annessa nel 2014.

Ci sono tante ragioni, di ordine interno ed internazionale, ma soprattutto politiche e personali, che hanno indotto Macron a questo passo, che va analizzato con attenzione perché incide profondamente sugli equilibri geopolitici europei e con gli Usa.

Sul piano interno, era indispensabile squadernare, soprattutto in vista delle elezioni europee di giugno.
Il dissenso popolare nei confronti dei governi che sono stati espressione della maggioranza che ha determinato la prima elezione di Macron alla Presidenza nel 2017, e poi il nuovo mandato nel 2022, è stato crescente: dapprima gli scioperi contro la privatizzazione delle ferrovie, che è abortita; poi le proteste dei Gilet Jaune contro l’aumento delle accise sui carburanti e la riduzione ad 80 Km/h della velocità sulle strade nazionali che erano state decise per finalità ambientali e che sono state parimenti ritrattate; poi le manifestazioni continue contro la riforma delle pensioni che invece è stata approvata dal Parlamento utilizzando ogni sorta di cavillo procedurale; ed ancora, lo scontro sulla riforma delle norme sull’immigrazione che ha provocato la caduta del governo presieduto da Elizabeth Borne, per via dello scacco subito dalla maggioranza alle prese con un testo diverso da quello presentato; da ultimo, le durissime proteste degli agricoltori, che hanno bloccato per giorni numerose arterie autostradali e che minacciavano di entrare a Parigi.

Alla fine, all’appuntamento canonico del Salone dell’Agricoltura, il Presidente Macron non è riuscito nell’intento di organizzare un dibattito con i diversi esponenti delle organizzazioni di categorie e degli ambientalisti: tra urla, fischi e scambi di battute, ha dovuto rassegnarsi a lasciare il campo.
Anche il nuovo governo, presieduto dal giovanissimo Gabriel Attal, balbetta.

La tornata elettorale di giugno, per il rinnovo del Parlamento europeo, rappresenta una sfida ulteriore: il Rasemblement National viene accreditato in testa, con un 30% di consensi, staccando di una decina di punti la compagine politica che sostiene Macron. E’ una prospettiva insostenibile, cui va posto rimedio: nessuna miglior strategia poteva essere trovata se non quella di schiacciare Marine le Pen contro il muro delle sue simpatie verso la Russia, mettendola in difficoltà sul tema della indefettibile solidarietà nei confronti della Ucraina che è stata invasa. “Militarizzare” la campagna elettorale sul tema dello scontro con la Russia serve ad evitare che il dibattito si focalizzi sulle politiche europee, dall’ambiente all’agricoltura: quando rombano i cannoni, il loro frastuono copre qualsiasi dissenso. Chi esprime posizioni diverse è un codardo, se non un traditore.

Sul versante internazionale, la situazione della Francia non poteva essere peggiore: in Africa, uno dopo l’altro, i presidi militari e politici in Mali, Burkina Faso e Niger sono venuti meno. Una ritirata così disastrosa sotto il profilo dell’immagine non poteva essere lasciata senza seguito. E poi, anche sulla vicenda di Gaza, Parigi non ha alcuno spazio di agibilità nel confronto tra Israele ed i Palestinesi: la minoranza di Musulmani in Francia è la più numerosa e meno controllabile di tutte, così come la presenza di Ebrei è significativa anche dal punto di vista storico e politico. Esporsi a favore di una o dell’altra delle parti in causa avrebbe innescato nuovi atti di antisemitismo o dure prese di posizione della Comunità ebraica.

C’è un terzo aspetto, sul piano internazionale: la estrema debolezza della Germania, sul piano economico e geopolitico. Il venir meno delle forniture di gas russo e la strambata a favore dell’auto elettrica decisa per ragioni ambientali hanno messo al tappeto l’industria e l’economia tedesca. Ma è soprattutto l’attivismo della Polonia che mette in difficoltà la Germania: è Varsavia, e non più Berlino che ha trescato per anni con la Russia di Putin, il nuovo contrafforte dell’Occidente. In pratica, La Germania perderebbe il suo ruolo privilegiato che risale al 1917, quando doveva essere sostenuta ad ogni costo per evitare il dilagare del Comunismo. E’ stato così con la Repubblica di Weimar, con il Nazismo agli esordi e con la Repubblica federale tedesca: tutti antemurali contro la Russia comunista.

A livello europeo, la Francia si pone come Potenza dotata di armi nucleari e Membro permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU: è l’unico Paese che può dialogare da pari a pari con gli Stati Uniti e con la Gran Bretagna.
Le ragioni della strategia di Macron sono chiare.
Ma la sua solitudine può essere pericolosa: rimanere isolati, per guidare una coalizione che non c’è, non è affatto una buona idea.