I numeri parlano chiaro: lo yuan cinese è diventata la valuta principale nelle operazioni economiche estere della Russia. La sua quota nelle esportazioni di Mosca è schizzata alle stelle, passando dallo 0,4% rilevato due anni fa all’attuale 34,5%; nello stesso lasso di tempo la quota nelle importazioni del Cremlino è passata dal 4,3% al 36,4%.
“Fino al 2022, nelle nostre riserve c’era una quota significativa di dollari ed euro. Ciò era dovuto al fatto che i contratti di commercio estero erano in gran parte stipulati in queste valute. Ora, l’attività economica estera sta passando molto attivamente all’uso di altre divise, principalmente lo yuan”, ha dichiarato la governatrice della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina, alludendo alle sanzioni internazionali inflitte a Mosca dopo l’avvio dell’operazione militare speciale in Ucraina.
Anche il primo vice primo ministro russo, Andrei Belousov, ha affermato a novembre che le transazioni in rubli e yuan nel commercio bilaterale hanno raggiunto il 95%. Cina e Russia hanno inoltre consolidato ulteriormente i loro legami firmando 55 accordi del valore di 13,6 miliardi di yuan (1,9 miliardi di dollari), alcuni riguardanti anche i servizi finanziari, in occasione di una conferenza sulla cooperazione economica e commerciale tenutasi nei giorni scorsi nella città cinese di Shenyang.
La Russia si affida allo yuan
Ricordiamo che la Russia è stata espulsa dal sistema di messaggistica finanziaria Swift nel febbraio 2022 in seguito all’offensiva in Ucraina, e che da quel momento è diventata sempre più dipendente dallo yuan. Pechino, in realtà, aveva già intensificato gli sforzi per aumentare l’attrattiva globale della sua valuta come alternativa al dollaro statunitense per gli accordi internazionali e come valuta di riserva. In seguito all’isolamento di Mosca, il Dragone ha però trovato un valido alfiere sul quale fare leva per accelerare una tendenza lenta, silenziosa ma costante.
Certo è che la Cina ha intenzione di fare leva sui Brics e sulle economie in via di sviluppo per rendere lo yuan ancora più internazionale, nonché moneta da impiegare nei vari accordi multilaterali. In qualità di presidente di turno del gruppo Brics nel 2024 (che ha aggiunto al suo interno Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita all’inizio del 2024), la Russia si “presenterà con un’agenda fitta” e guiderà la cooperazione nell’uso dello yuan e di altre valute, ha aggiunto Nabiullina.
Dal canto suo, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, ha affermato che la Cina sosterrà gli sforzi ed è “disposta a svolgere il suo ruolo”, rispondendo così alla domanda sulla proposta della Russia di ideare un nuovo sistema di accordi con gli altri paesi Brics. “I Paesi in via di sviluppo stanno ottimizzando i metodi di insediamento per facilitare il commercio e gli investimenti tra di loro, e per contribuire alla stabilità finanziaria globale”, ha aggiunto Wang. Per la Cina, dunque, l’espansione del gruppo rappresenta nuove opportunità per l’uso dello yuan e funge anche da copertura contro l’utilizzo del dollaro da parte degli Usa.
Strada in salita
Come ha evidenziato il South China Morning Post, gli analisti vedono tuttavia ostacoli man mano che lo yuan passa dai rapporti bilaterali con la Russia al coinvolgimento in transazioni multilaterali. “La Russia è un’eccezione”, ha affermato Jean-Pierre Cabestan, professore emerito presso il Dipartimento di governo e studi internazionali dell’Università battista di Hong Kong. “I Paesi Brics hanno accettato di più lo yuan, ma solo quelli che hanno bisogno di comprare molto dalla Cina faranno più transazioni in yuan. Altrimenti, cosa faranno della loro massa di yuan, che non è liberamente convertibile? L’Arabia Saudita può vedere il suo petrolio pagato dalla Cina in yuan fino a un certo punto, ma la maggior parte continuerà ad essere pagata in dollari Usa”, ha aggiunto l’esperto.
C’è poi da considerare un fatto non da poco: i Brics non sono affatto uniformi e al suo interno si scontrano esigenze contrapposte, seppur accomunate da un minimo comun denominatore (modificare l’attuale ordine globale in un senso più inclusivo). L’anno scorso, ad esempio, l’India ha respinto la proposta dei fornitori russi di pagare le importazioni di petrolio greggio in yuan. In ogni caso, la quota dello yuan nei pagamenti internazionali è in aumento, anche se secondo Swift si è contratta di 0,5 punti percentuali arrivando a dicembre al 4,14%, come quarta valuta più attiva.
Il dibattito sulla necessità di de dollarizzare le economie del Sud del mondo non è nuovo, ma il 2023 passerà alla storia come l’anno in cui questo processo ha subito un’accelerazione. Attenzione però, perché come detto la strada è in salita per chiunque abbia intenzione di proporre un’alternativa al biglietto verde. Lo yuan cinese resta il candidato principale ad insediare il dollaro, anche se potrebbe non essere accettato da altre nazioni rilevanti come l’India.
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