Lo Stato torna padrone dell’energia europea. La fine delle liberalizzazioni è ufficiale

Sergio Giraldo

18/05/2026

Nazionalizzazioni, salvataggi e reti strategiche: così le crisi hanno riportato lo Stato al centro dell’energia europea.

Lo Stato torna padrone dell’energia europea. La fine delle liberalizzazioni è ufficiale

Il ritorno dello Stato nell’energia europea non è più una deviazione provvisoria, né una parentesi aperta dalla guerra in Ucraina e destinata a chiudersi con la normalizzazione dei prezzi.

È diventato ormai uno dei tratti strutturali della nuova politica industriale del continente. Dopo trent’anni in cui liberalizzazioni, privatizzazioni e mercato interno erano stati presentati come la direzione obbligata, la sequenza di crisi iniziata con il Covid, proseguita con il taglio del gas russo e aggravata dall’instabilità geopolitica ha riportato i governi al centro del sistema energetico.

La Spagna è solo l’ultimo caso visibile. L’aumento del peso pubblico in Redeia ed Enagás, due snodi essenziali per rete elettrica, gas e futuro idrogeno, ha riaperto il dibattito sulla statalizzazione dell’energia. Ma il fenomeno non nasce a Madrid e non si esaurisce nella penisola iberica. In tutta Europa lo Stato è tornato azionista, finanziatore, garante, regolatore, compratore di ultima istanza e pianificatore delle infrastrutture. A volte lo ha fatto apertamente, nazionalizzando. Altre volte attraverso aumenti di capitale, prestiti, garanzie, aiuti autorizzati da Bruxelles o strumenti più discreti di controllo industriale.

Il caso più grande resta la Francia. Nel 2023 Parigi ha completato la nazionalizzazione di EDF, riportando al 100% sotto controllo pubblico il gruppo elettrico che produce la parte dominante dell’elettricità francese. L’operazione è stata presentata come necessaria per salvare una società appesantita da debiti, perdite, problemi tecnici nel parco nucleare e costi crescenti. Ma EDF non è soltanto una utility da rimettere in ordine. È il braccio industriale con cui la Francia vuole rilanciare il nucleare, costruire sei nuovi reattori e difendere una propria idea di sovranità energetica. Non a caso la Commissione europea ha aperto un’indagine sugli aiuti di Stato francesi al programma nucleare di EDF, perché il ritorno della politica industriale nazionale deve ancora fare i conti con le regole europee sulla concorrenza.

La Germania offre l’altro grande esempio. Uniper era una delle società più esposte al gas russo. Quando Mosca ha ridotto le forniture e i prezzi di sostituzione sono esplosi, il gruppo è diventato un rischio sistemico. Così, il governo di Berlino è intervenuto acquisendo il 99% della società e trasformando un campione privato dell’import energetico in una controllata pubblica. Oggi Uniper è tornata all’utile, ha ripristinato il dividendo e il governo tedesco prepara l’uscita dal capitale, anche perché gli impegni presi con l’Unione europea prevedono la riduzione della quota pubblica entro il 2028. Ma il messaggio politico resta intatto. Quando la sicurezza energetica è minacciata, lo Stato entra in gioco.

La Danimarca mostra una forma diversa dello stesso processo. Ørsted, grande gruppo dell’eolico offshore, è stata travolta dalle difficoltà dei progetti americani, dall’aumento dei costi e dal peggioramento del quadro regolatorio negli Stati Uniti. Il governo danese, già azionista di maggioranza, ha sostenuto un aumento di capitale da 60 miliardi di corone, circa 8 miliardi di euro. Non è una nazionalizzazione classica, perché lo Stato era già nel capitale sociale, ma è comunque un salvataggio industriale di un’impresa considerata strategica. La transizione energetica, quando incontra costi finanziari più alti e filiere meno solide del previsto, finisce per appoggiarsi al bilancio pubblico.

La Spagna entra in questo quadro con una logica meno emergenziale e più infrastrutturale. Enagás ha annunciato investimenti superiori a 4 miliardi di euro entro la fine del decennio, in larga parte destinati all’idrogeno, mentre Redeia prevede 6,5 miliardi di investimenti fino al 2029 per rafforzare ed espandere la rete elettrica. Sono società quotate, ma operano in settori regolati e strategici, dove il confine tra impresa e politica energetica è sempre più sottile. Reti, interconnessioni, gasdotti, elettrodotti e futuri corridoi dell’idrogeno sono pezzi di sicurezza nazionale e di politica industriale. Il ritorno dello Stato, però, non coincide sempre con la «semplice» proprietà pubblica, ma è più ampio e più pervasivo. Passa infatti da aiuti di Stato, garanzie pubbliche, regolazione dei ricavi, tetti tariffari, obblighi di sicurezza degli approvvigionamenti, piani di investimento decisi con i governi e capacità pubblica di indirizzare il credito.

Anche dove le imprese restano formalmente private, la loro libertà industriale è più limitata di quanto fosse prima della crisi energetica. Questo è un chiaro effetto delle crisi energetiche che l’Europa ha vissuto e sta vivendo. Ciò non significa che il mercato sia scomparso, ma piuttosto che il mercato energetico europeo non è più pensabile senza una presenza pubblica. La liberalizzazione aveva promesso efficienza, concorrenza e minore intervento politico. Le crisi degli ultimi anni hanno riportato in primo piano altri criteri, come la sicurezza delle forniture, il controllo delle infrastrutture, la solidità finanziaria delle compagnie, la difesa degli asset strategici e la capacità di investimento di lungo periodo.

La nuova energia europea è quindi, nonostante i proclami, un sistema ibrido. Lo Stato entra pesantemente nel settore quando il mercato fallisce e offre supporto finanziario quando il capitale privato arretra. Più in generale, lo Stato regola quando i prezzi diventano politicamente insostenibili e pianifica quando le infrastrutture diventano troppo importanti per essere lasciate solo al rendimento atteso dagli azionisti.