Nazionalizzazioni, salvataggi e reti strategiche: così le crisi hanno riportato lo Stato al centro dell’energia europea.
Il ritorno dello Stato nell’energia europea non è più una deviazione provvisoria, né una parentesi aperta dalla guerra in Ucraina e destinata a chiudersi con la normalizzazione dei prezzi.
È diventato ormai uno dei tratti strutturali della nuova politica industriale del continente. Dopo trent’anni in cui liberalizzazioni, privatizzazioni e mercato interno erano stati presentati come la direzione obbligata, la sequenza di crisi iniziata con il Covid, proseguita con il taglio del gas russo e aggravata dall’instabilità geopolitica ha riportato i governi al centro del sistema energetico.
La Spagna è solo l’ultimo caso visibile. L’aumento del peso pubblico in Redeia ed Enagás, due snodi essenziali per rete elettrica, gas e futuro idrogeno, ha riaperto il dibattito sulla statalizzazione dell’energia. Ma il fenomeno non nasce a Madrid e non si esaurisce nella penisola iberica. In tutta Europa lo Stato è tornato azionista, finanziatore, garante, regolatore, compratore di ultima istanza e pianificatore delle infrastrutture. A volte lo ha fatto apertamente, nazionalizzando. Altre volte attraverso aumenti di capitale, prestiti, garanzie, aiuti autorizzati da Bruxelles o strumenti più discreti di controllo industriale. [...]
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