Le sfide di Tusk in Polonia tra Europa, Usa e Russia

Andrea Muratore

12/12/2023

La Polonia torna a essere guidata da Donald Tusk. Cosa cambierà? La traiettoria del Paese su molti campi appare già consolidata in senso atlantista e antirusso.

Le sfide di Tusk in Polonia tra Europa, Usa e Russia

Donald Tusk è tornato e per il nuovo premier polacco inizia la terza fase della sua carriera istituzionale. Dopo la guida della Polonia dal 2007 al 2014 e quella del Consiglio Europeo dal 2014 al 2019 il terzo mandato del leader di Piattaforma Civica, formazione di centrodestra moderato, si preannuncia come il più complesso. L’eredità di otto anni di governo dei nazional-conservatori di Diritto e Giustizia (PiS) finiti col flop al Sejm, il Parlamento polacco, della fiducia al terzo esecutivo di Mateusz Morawiecki hanno profondamente cambiato la Polonia ed evoluto la sua proiezione geopolitica.

La fine dell’egemonia dei conservatori

Essenzialmente, fino ad oggi la Polonia è stata un bastione della Nato, un proconsolato americano in Europa armato fino ai denti in funzione di deterrenza anti-russa e una continuatrice della linea cara a Washington e Londra del divide et impera in campo europeo. Le problematiche sullo Stato di diritto e il controllo stringente del PiS sulla giustizia sono state annacquate dalla grande campagna di riarmo di Varsavia e dal suo ruolo di avanguardia della fornitura d’armi all’Ucraina. Al contempo, i nazional-conservatori del PiS, che sul fronte delle politiche economiche e sociali hanno invertito le privatizzazioni e mirato a un rafforzamento, politicamente giustificato, del welfare, sono stati un grande alibi per l’Europa.

Il veto polacco ha, dal 2015 a oggi, fermato molte decisioni comuni, dalle politiche sull’immigrazione all’accelerazione dell’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea (motivata dai timori di agricoltori e trasportatori cari al governo di Varsavia) permettendo a Bruxelles di lavarsi le mani su molte decisioni critiche.

Prima tappa, il Pnrr polacco

La fine dei governi del PiS pongono la Polonia e Tusk di fronte a una serie di sfide. E come ogni altro campo d’opposizione salito al potere con grandi aspettative la coalizione guidata dal centro-destra polacco e esteso a partiti socialdemocratici e progressisti dovrà misurarsi al confronto con la realtà. Il gradiente su cui si misurerà la possibilità di una reale incisività di Tusk sarà legato all’orizzonte dei rapporti con tre attori: Europa, Stati Uniti e Russia.

Il PiS ha prodotto a lungo una narrazione nazionalista al tempo stesso russofoba e germanofoba. Mosca e Berlino erano viste come le due minacce perenni per la Polonia. La prima sul piano militare, la seconda su quello identitario e valoriale. Da qui nascono gli amorosi sensali di Morawiecki e del presidente Andrzej Duda con gli Usa, ampiamente ricambiati dal presidente Joe Biden dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Ora, paradossalmente, Tusk può riscaldare i rapporti con l’Europa solo al prezzo di rendere la Polonia...meno occidentale. Ovvero meno smaccatamente filoamericana. Ma andiamo con ordine.

La questione più importante per un vero reality check del terzo governo Tusk sarà capire se grazie ai suoi buoni uffici la Polonia potrà sbloccare i 111,5 miliardi di euro di sovvenzioni promesse a Varsavia e bloccate per le contestate riforme sullo Stato di diritto. Parliamo di 35 miliardi del fondo Next Generation Eu e 76,5 miliardi del Fondo di coesione comunitario. Tusk chiederà alla Commissione e al Consiglio Europeo di farsi sbloccare, sulla fiducia, 6,9 miliardi di euro per il Pnrr polacco in attesa di riportare indietro la governance della giustizia a prima della riforma restrittiva del PiS. Come riporta Politico.eu, “l’approvazione di nuove leggi sul sistema giudiziario richiederà che queste siano firmate da Duda, membro del PiS; se porrà il veto, la coalizione entrante non avrà i voti per scavalcarlo. Durante l’ultima settimana hanno prestato giuramento 76 giudici nominati dal viziato organo di nomina giudiziaria condannato dalla Corte di Giustizia dell’UE e dalla Commissione Europea perché non conformi agli standard democratici”.

Le spine del governo polacco

Tusk dovrà promuovere riforme e svolte in un Paese polarizzato che vivrà da qui al prossimo biennio una campagna elettorale permanente. Prima le elezioni locali previste per aprile, poi le elezioni europee a giugno e, infine, le elezioni presidenziali del 2025 saranno altrettanti «termometri» della fiducia del Paese per le riforme del premier. Tusk potrà avere voce nella composizione della prossima Commissione Europea da autorevole leader del Partito Popolare Europeo, formazione che ha nella Polonia, quinto membro dell’Ue per popolazione e sesto per Pil, il Paese più grande governato. Ma questo imporrà alla Polonia un avvicinamento strutturale all’asse franco-tedesco centrato su Emmanuel Macron e Olaf Scholz, leader spesso nel mirino del PiS quando si trattava di denunciare l’offensiva politica a Bruxelles contro la Polonia e, soprattutto, presunti cedimenti nel fronte compatto pro-Ucraina.

Tusk è pronto a tutto ciò? Si trova pronto a discutere, ad esempio, del fatto che la strategia energetica promossa dal suo Paese per il decoupling dalla Russia ha colpito tanto le politiche europee di transizione energetica quanto, soprattutto, le prospettive strategiche del mercato del gas, con l’apertura al Gnl a stelle e strisce? Sarà disposto a negoziare con le caste militari e della Difesa un ridimensionamento dell’aggressivo piano di riarmo da 4% di spese militari in rapporto al Pil che, riempiendo l’Europa di armi americane e sudcoreane, ha potenziato l’instabilità nell’Est Europa? Come si comporterà sul fronte dell’avvicinamento di Kiev all’Ue in una fase che vede i leader occidentali tutto fuorché disposti a concedere una corsia preferenziale all’Ucraina? E di conseguenza, che politica terrà verso la Russia, in una fase in cui buona parte dell’Europa non vuole, pur sostenendo l’Ucraina, sbattere la porta in faccia a Mosca?

Tusk alla prova della realtà

Su alcuni temi Tusk non devierà, ad esempio sull’immigrazione, dalla linea del PiS. Su altri fronti è tutto da dimostrare che il nuovo corso sarà più europeista e meno filoamericano, un trade-off necessario in questa fase per una Polonia sbilanciata sul campo atlantico per contare di più a Bruxelles. La sensazione è che ad esempio sia difficile deviare da una linea di netto sostegno al contenimento della Russia, già interiorizzata dall’opinione pubblica polacca. Le scelte di Tusk parlano già in anticipo. Non dimentichiamo, per fare un esempio, che il nuovo Ministro degli Esteri sarà l’Europarlamentare Radoslaw Sikorski, che a settembre 2022 twittò “Thank you, Usa!” dopo la distruzione del gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico, ben prima che in Germania si iniziasse a sospettare una mano ucraino-polacca dietro il sabotaggio dell’infrastruttura energetica.

Con questi presupposti, la fanfara mediatica per l’avvicendamento al potere in Polonia è tutto da dimostrare. Molti media favorevoli a una linea politica occidentalista hanno riabilitato la Polonia come “bastione” nel 2022 per le sue politiche antirusse. Ora sottolineano la svolta in Polonia come un’opportunità per l’Europa perché per la prima volta un partito del campo populista vede il suo governo ribaltato alle urne da una forza politica tradizionale. Ma la traiettoria della Polonia appare su molti fronti geopolitici tracciata da tempo. La sensazione è che Tusk potrà - efficacemente - incidere più sulle questioni economiche e del diritto interno che su una grande strategia che vede la Polonia, come il resto d’Europa, più oggetto che soggetto delle dinamiche internazionali. Ma che al contempo oggigiorno le speranze per un nucleo forte europeo sempre più autonomo devono necessariamente passare per un riavvicinamento di Varsavia a Parigi e Berlino. In una fase in cui Roma, con Giorgia Meloni, guarda molto a Washington questi equilibri non vanno sottovalutati. E l’evoluzione della Polonia dirà molto di come cambierà l’Europa nel decisivo 2024.

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