Le sanzioni alla Russia non stanno funzionando, ma stanno arricchendo gli USA

Enrica Perucchietti

03/03/2023

Le sanzioni occidentali hanno accresciuto i conti delle compagnie petrolifere americane. Le spedizioni mensili di greggio statunitense verso l’Europa sono aumentate del 38%. E l’economia russa regge.

Le sanzioni alla Russia non stanno funzionando, ma stanno arricchendo gli USA

«Lavoriamo con i nostri partner per avere un insieme coordinato di sanzioni: il nostro obiettivo fin dall’inizio è stato quello di imporre il massimo danno alla Russia mentre, al meglio delle nostre capacità, proteggiamo gli Stati Uniti e i nostri partner da un danno economico indebito».

Correva l’aprile 2022 e la segretaria al Tesoro statunitense, Janet Yellen, durante la sua testimonianza davanti alla commissione dei Servizi finanziari della Camera americana, prevedeva di infliggere un duro danno al Cremlino attraverso un sistema di sanzioni imposte dai partner europei.

La profezia mancata della Yellen

Solo due mesi prima, la Yellen era stata più cauta e aveva ammesso che le sanzioni contro la Russia, in caso di invasione dell’Ucraina, avrebbero avuto delle «ripercussioni mondiali». E così è stato.

Fin da subito, infatti, le sanzioni occidentali alla Russia sono state connotate da una narrazione fin troppo ottimistica e superficiale che prevedeva di prosciugare le entrate del Cremlino, piegando il grande Nemico dell’Occidente.
Come abbiamo visto, non è andata esattamente in questo modo.

Se la Yellen aveva predetto la devastazione dell’economia russa, in tanti pensavano a un imminente crollo del rublo. Con un simile dispiego di sanzioni, che ha pochi precedenti nella storia recente, l’effetto che si voleva ottenere era far collassare l’economia russa. Il presidente Biden, annunciando il primo pacchetto di sanzioni americane, affermò che lo scopo era quello di provocare un livello di distruzione pari a quello che i missili e i carrarmati russi causavano in Ucraina.

Nonostante le sanzioni, l’economia russa resiste

I dati del 2022, usciti di recente, evidenziano invece che l’economia russa, pur avendo subito un considerevole rallentamento, ha reagito molto meglio delle attese, o almeno dei proclami propagandistici dell’Occidente.
Le sanzioni, infatti, non hanno sortito gli effetti sperati, se non quelli di aver creato ancor più problemi ai Paesi che le hanno
adottate. I blocchi del gas, ora del petrolio, non hanno intaccato, come sperato, l’economia di Putin. Non a caso, si è parlato spesso di un «effetto boomerang».

Il decimo pacchetto di sanzioni varato dall’UE, se da un lato dimostra la volontà di non dare tregua all’economia russa, dall’altra evidenzia come il grande sforzo sanzionatorio precedente non sia stato così decisivo, se necessita di continui e periodici aggiornamenti.

Come certifica anche il Fondo Monetario Internazione, infatti, i dati economici russi sono in costante miglioramento. Gli analisti del FMI hanno pubblicato le previsioni secondo le quali nel corso di quest’anno l’economia russa crescerà più di quella tedesca, mentre quella britannica si contrarrà. E la Germania, nell’immaginario collettivo, viene considerata la potenza economica dell’Europa.

Pensiamo per esempio che Gazprom ha realizzato 42 miliardi di profitti nel primo semestre 2022 e nello stesso anno le cessioni di prodotti energetici si sono incrementate del 38% rispetto all’anno precedente.
Le misure restrittive al mercato finanziario, bancario, manifatturiero ed energetico non sembrano aver raggiunto i risultati sperati, controbilanciate dalle cessioni di petrolio sottocosto e dall’incremento del prezzo del gas. Inoltre, la Russia ha sperimentato una sorta di ripresa interna nella seconda metà del 2022 e la guerra stessa ha contribuito a guidare l’inversione di tendenza. Mentre la spesa per vari altri programmi domestici è diminuita di circa un quarto e alcune industrie hanno subito enormi perdite, l’economia di guerra nazionale si è espansa notevolmente, compensando in tal modo la differenza.

Le sanzioni arricchiscono le Big Oil americane

Da segnalare anche un altro effetto: le sanzioni occidentali se non hanno fiaccato l’economia russa, hanno però ingrassato i conti delle compagnie petrolifere americane. A un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, le spedizioni mensili di greggio statunitense verso l’Europa sono aumentate del 38%, secondo Bloomberg che cita la società di analisi di dati Kpler.

Come riporta Ilfattoquotidiano.it, mentre nel 2021 l’Italia aveva comprato 50,4 milioni di barili di greggio e prodotti raffinati dagli Stati Uniti, l’anno scorso gli acquisti sono saliti a 67,8 milioni. La Spagna, invece, ha incrementato le importazioni di ben l’88%. Insomma, un fiume di petrolio si è riversato sui Paesi europei andando a sostituire quello proveniente da Mosca.

Come riporta il Wall Street Journal, le spedizioni di greggio verso l’Italia sono passate in un anno da 136mila barili al giorno a 180mila, quelle verso la Francia da 114mila a 152mila. Nel complesso, in Europa arrivano dagli Usa 1,52 milioni di barili di petrolio al giorno contro gli 1,17 milioni del gennaio 2019.

Anche le esportazioni di gas naturale liquefatto (Gnl) sono cresciute nell’ultimo anno. Come spiegavo in questo articolo, seppure i volumi siano più ridotti, le spedizioni verso i Paesi europei sono raddoppiate. A dispetto delle preoccupazioni ambientali, le Big Oil statunitensi hanno incrementato la propria produzione.

E così, per ironia della sorte, il Presidente Biden ha fatto di più per arricchire le Big Oil e i loro azionisti rispetto a Donald Trump o a qualsiasi altro inquilino della Casa Bianca negli ultimi decenni. La crociata della sua amministrazione per limitare la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti sta fruttando profitti record alle grandi compagnie petrolifere, che non fanno altro che beneficiare delle carenze di approvvigionamento e dei vincoli di produzione che l’Amministrazione ha contribuito a creare. Giovando così anche delle sanzioni che, invece di piegare la Russia, hanno arricchito i soliti.