Ennesimo cortocircuito per l’economia globale: mentre scienziati e attivisti per l’ambiente continuano a ribadire l’importanza di investire nella transizione ecologica, nel 2022 le multinazionali dell’oro nero hanno registrato profitti annuali da capogiro grazie all’aumento dei prezzi degli idrocarburi.
In base ai calcoli fatti dagli esperti del Financial Times e dell’agenzia di stampa Reuters, il bottino totale incassato dalle cosiddette «Big Oil», ovvere le 5 principali società energetiche del mondo occidentale (Shell, BP, TotalEnergies, Chevron e ExxonMobil) hanno toccato la quota vertiginosa di 190 miliardi di dollari per il 2022. Un record assoluto.
E, per ironia della sorte, il Presidente Biden ha fatto di più per arricchire le Big Oil e i loro azionisti rispetto a Donald Trump o a qualsiasi altro inquilino della Casa Bianca negli ultimi decenni. La crociata della sua amministrazione per limitare la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti sta fruttando profitti record a Big Oil. Le grandi compagnie petrolifere non fanno altro che beneficiare delle carenze di approvvigionamento e dei vincoli di produzione che l’Amministrazione ha contribuito a creare.
In particolare, Chevron ha registrato un profitto di 36,5 miliardi per il 2022, pari a più del doppio degli utili degli anni precedenti, ma inferiori del 6,6% alle previsioni di Wall Street per il quarto trimestre: le azioni Chevron sono scese dell′1,5% nel trading pre-mercato a 184,85 dollari. I profitti di Shell, invece, hanno raggiunto i 39,9 miliardi di dollari, il doppio dell’anno precedente e i più alti dei suoi 115 anni di storia: hanno superato, infatti, il suo precedente record di 31 miliardi di dollari del 2008. L’amministratore delegato di Shell, Wael Sawan, ha affermato che i risultati «dimostrano la forza del portafoglio differenziato di Shell» e la capacità dell’azienda di fornire energia «nonostante le incertezze».
Ancora, il gruppo americano ExxonMobil ha avuto utili record pari a 55,7 miliardi, il doppio del 2021, mentre Bp, nei tre mesi da luglio a settembre, ha più che raddoppiato a 8 gli utili dello stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo gli 8,2 miliardi di utili.
A giocare a loro vantaggio la crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina e le sanzioni nei confronti della Russia. Lo scorso anno, per via causa del conflitto, i costi del greggio erano schizzati alle stelle, arrivando addirittura a 120 dollari al barile nel periodo estivo.