Le radici del Grande Reset. Da Malthus a Bergoglio

Armando Savini

20/05/2023

I fondatori del Club di Roma, preoccupati per il futuro dell’umanità, hanno cercato di rallentarne la crescita: da dove viene questa inquietudine per il futuro?

Le radici del Grande Reset. Da Malthus a Bergoglio

Le azioni dipendono dai giudizi e questi si formulano in base ai propri principi filosofici. È per questo che le idee messe in circolazione prima o poi attecchiscono, fino a quando una crisi reale o percepita – come diceva Friedman – non le renda operative. Come ho avuto già modo di spiegare dettagliatamente in “Sovranità, debito e moneta. Dal Quantum Financial System al Nuovo Ordine Multipolare”, i semi del Great Reset sono stati gettati negli anni Settanta con gli studi commissionati dal Club di Roma. I fondatori, preoccupati per il futuro dell’umanità, si sono prodigati a rallentarne la crescita con ogni mezzo possibile. Ma questa inquietudine per il futuro, da dove viene? Perché mai si dovrebbe ridurre la crescita della popolazione e deindustrializzare sotto la falsa etichetta del cambiamento climatico, invece di aumentare la produttività sistemica? Quali sono le origini di questa visione del mondo che ha pervaso ogni ambito e di cui Jorge Mario Bergoglio si è fatto guida morale, divenendo l’alfiere del capitalismo inclusivo green e della decrescita felice? Come si è giunti alla Quarta Rivoluzione Industriale teorizzata da Klaus Schwab e alle politiche globali volte all’implementazione di un socialismo capital-globalista e transumanista, con tanto di (cripto)approvazione ecclesiastica?

Malthus e il Saggio sul principio della popolazione

Nel 1798, in una sua pubblicazione anonima dal titolo An essay of the principle of the population as it affects the future improvement of society (Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società), il reverendo anglicano Thomas Robert Malthus asseriva con tutta franchezza «che la popolazione, quando non è arrestata da alcun ostacolo, si raddoppia ad ogni periodo di 25 anni, crescendo cosi in progressione geometrica», mentre «considerando lo stato presente della terra, i mezzi di sussistenza, nelle circostanze più propizie all’umana industria, non potrebbero crescere che in proporzione aritmetica». La differenza dei due tassi di crescita, secondo l’illustre economista e filosofo inglese, avrebbe condotto l’umanità verso carestie ed epidemie. Di qui, la necessità di un salario di sussistenza, un salario, cioè, che consentisse al lavoratore e alla sua famiglia di sopravvivere. Senza questo salario non sarebbe stato possibile (per il popolo) né sposarsi né generare figli. Qualora le condizioni di vita della popolazione fossero migliorate, sarebbe aumentata la domanda di generi alimentari e con questa i prezzi delle stesse derrate, i quali avrebbero ridotto la capacità d’acquisto dei salari monetari, diminuendo il salario reale, cioè, il salario in termini di beni. Oltre a questo meccanismo di retroazione economica, che avrebbe riportato la popolazione al livello originario, Malthus riteneva necessario intervenire direttamente sulla vita matrimoniale della popolazione, instillando la castità per i più virtuosi e la contraccezione per i viziosi. Per Malthus, qualsiasi tentativo per migliorare la situazione sociale dei lavoratori era destinato al fallimento, dal momento che il genere umano non è perfettibile. Il pessimismo malthusiano si scontrò con le posizioni più ottimiste di William Godwin e William Thomson, i quali ritenevano, invece, che fosse possibile migliorare le condizioni sociali dell’umanità mediante la ridistribuzione del reddito a favore delle classi più povere e attraverso l’emancipazione femminile. L’economia politica, però, cedette al pessimismo malthusiano e divenne la «triste scienza», mantenuta viva e a disposizione, finché non fu politicamente inevitabile. [...]

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