Le multinazionali sostengono l’economia, ma non ovunque

Alberto De Pasquale

02/12/2024

Le grandi imprese impiegano in Italia il 20% dei lavoratori e generano oltre il 35% del valore aggiunto, anche se al Sud gli effetti sono molto limitati.

Le multinazionali sostengono l’economia, ma non ovunque

Rappresentano meno del 3% delle aziende in Italia, eppure impiegano circa un quinto dei lavoratori, generano oltre il 35% del valore aggiunto e giocano un ruolo sempre più importante per la crescita economica.

Stiamo parlando delle imprese multinazionali, che per definizione hanno una sede direttiva in un paese d’origine e poi operano in più nazioni “ospitanti”. Negli ultimi anni, sia quelle a controllo estero attive in Italia, sia quelle italiane all’estero, stanno vivendo un buon momento.

La loro affermazione è un fenomeno globale e il nostro Paese non fa eccezione, anche se non mancano alcuni aspetti critici, che nel caso italiano si traducono in un forte squilibrio di penetrazione tra regioni del Nord e del Centro, dove opera la maggior parte delle multinazionali, e quelle del Sud, in cui la loro presenza è molto più limitata.

Negli ultimi decenni l’economia internazionale è stata significativamente plasmata dalle multinazionali. Secondo le stime Ocse, le grandi imprese che operano in più paesi generano circa un terzo del Pil mondiale e interpretano un ruolo di primo piano per gli investimenti in ricerca e sviluppo. Ovviamente, non ci sono solo lati potenzialmente positivi. Oltre a rappresentare opportunità di crescita e offerta di posti di lavoro, per loro natura le multinazionali sono molto sensibili alle condizioni dei paesi in cui operano: qualora siano favorevoli hanno interesse a entrare nel mercato, mentre in caso siano avverse tendono rapidamente a uscirne, con una probabilità più alta rispetto alle imprese nazionali.

L’argomento è perciò sensibile soprattutto quando si parla delle multinazionali straniere attive in Italia. Secondo Istat, le multinazionali a controllo estero provengono da 116 paesi, sono presenti in Italia attraverso 18 mila controllate e occupano più di 1,7 milioni di addetti, generando un fatturato da circa 908 miliardi di euro. Provengono soprattutto dall’Unione europea: in Italia il 56% degli addetti delle multinazionali estere lavora per una multinazionale europea; a seguire ci sono quelle americane, che impiegano il 20% di addetti.

Ma come rilevato da uno studio della Banca d’Italia, che si è concentrato sull’impatto delle multinazionali nel nostro Paese generato tra il 2017 e il 2021, i vantaggi della presenza delle multinazionali sono concreti solo da Roma in su. Mentre nel complesso, come dicevamo, le multinazionali (straniere operanti in Italia e italiane attive all’estero), impiegano il 20% dei lavoratori, nelle regioni del Nord e del Centro il dato supera il 22,5%, mentre al Sud si ferma a circa l’11%. Il divario emerge anche considerando il valore aggiunto prodotto da questo tipo di imprese, che al Nord e nel Centro è del 40%, mentre al Sud non va oltre il 22,5%. L’eccezione sembra essere quella della Basilicata, unica regione meridionale con un rilevante impatto sull’economia locale derivante dalla presenza di multinazionali (come Stellantis, con lo stabilimento di Melfi ed Eni, con le sue attività estrattive).

Le retribuzioni giornaliere dei lavoratori delle multinazionali sono in media più alte del 30% rispetto a quelle delle altre aziende. E c’è anche più innovazione: in Italia oltre la metà delle domande di brevetto viene depositata proprio dalle multinazionali. Tuttavia, anche per quest’ultimo aspetto, il divario geografico è enorme: oltre il 90% dei brevetti delle multinazionali è depositato da quelle localizzate nelle regioni del Nord e del Centro (ma la stessa quota si riscontra in generale per ogni tipo di impresa, anche non multinazionale).