Quando si è presentato agli elettori, nel 2020, Joe Biden promise di fare ciò che Barack Obama non era riuscito a fare: porre fine alle «Endless Wars» degli Stati Uniti nel mondo. Il - caotico e per molti versi disastroso - ritiro di Washington dall’Afghanistan, nel 2021, fece supporre che il veterano della politica estera degli Stati Uniti volesse davvero imprimere un cambio di rotta rispetto all’interventismo liberale che aveva contraddistinto la presidenza di Bill Clinton e, almeno in parte, quella di Barack Obama, per non parlare del tragico neoconservatorismo di George W. Bush.
Joe Biden, il guerrafondaio
Ma con la guerra in Ucraina e a Gaza, Joe Biden è diventato un presidente di guerra. Ciò che, in fondo, è sempre stato nella lunga carriera politica: basti ricordare che nell’ottobre 2002, fu uno dei 77 senatori che concesse al Presidente George W. Bush l’autorità di usare la forza in Iraq. Biden assunse anche una posizione aggressiva anche sul conflitto in Jugoslavia, incoraggiando l’allora presidente Bill Clinton a intraprendere una guerra su vasta scala contro la Serbia. «Chi pensa che la Nato potrà esistere tra cinque anni, sostenuta dall’opinione pubblica e da un centinaio di miliardi di dollari di fondi statunitensi, se la Nato non può svolgere alcun ruolo nel portare la pace in quest’area del mondo, o almeno fermare la portata dell’aggressione?” si chiese Biden nel 1993, mentre spingeva gli Stati Uniti e l’Europa a dichiarare guerra. Nel 1999, come ricorda The Intercept, Biden arrivò al punto di suggerire che»un’occupazione della Serbia in stile giapponese-tedesco«. Raramente, nel corso della sua longeva e influente carriera di senatore, si oppose agli interventi militari dell’esercito americano all’estero: come in occasione della Prima Guerra del Golfo, nel 1991, salvo poi affermare di aver»commesso un errore" nell’essersi opposto.
Una guerra senza fine in Ucraina
La recente approvazione da parte del Senato del pacchetto di aiuti esteri da 95 miliardi di dollari, che comprende 61 miliardi per l’Ucraina, ha spinto il leader ucraino Volodymyr Zelensky ad affermare che queste risorse rafforzeranno «le forze armate dell’Ucraina e avremo una possibilità di vittoria». Nessuno a Washington, tuttavia, crede davvero che Kiev possa vincere, a cominciare dagli stessi funzionari dell’amministrazione Biden. Come riportato da Politico, secondo alcuni funzionari Usa «la Russia mantiene un vantaggio in termini di uomini e armi, e ci vorrebbe molto per invertire mesi e anni di perdite territoriali. I funzionari statunitensi pongono anche domande sulle tattiche e sulle priorità dell’Ucraina, soprattutto dopo che la controffensiva di Kiev è fallita». L’agenzia Reuters osserva che i «61 miliardi di dollari per l’Ucraina non sono sufficienti» mentre l’Atlantic Councilsottolinea che "il nuovo pacchetto di aiuti statunitensi non è sufficiente per impedire la vittoria russa in Ucraina”.
Con l’appoggio del complesso industrial-militare, l’amministrazione Biden vuole siglare un accordo bilaterale sulla sicurezza per mantenere l’America impegnata a lungo termine in una «guerra senza fine» contro la Russia. A qualsiasi costo e al fine di ingabbiare così una possibile e futura amministrazione Trump, «vincolata» da un accordo bilaterale che non è così semplice revocare dalla sera alla mattina. A dare conferma delle intenzioni della Casa Bianca è stato lo stesso leader ucraino Zelensky: «I nostri team, Ucraina e Stati Uniti, stanno attualmente lavorando su un accordo bilaterale sulla sicurezza, e stiamo già lavorando su un testo specifico», ha affermato il presidente ucraino . «Il nostro obiettivo è rendere questo accordo il più forte di tutti. Stiamo discutendo le basi specifiche della nostra sicurezza e cooperazione. Stiamo anche lavorando per fissare livelli specifici di sostegno per quest’anno e per i prossimi dieci anni, compreso il sostegno armato, la produzione finanziaria, politica e congiunta di armi». È il possibile ritorno di Trump, nota quindi la rivista the American Conservative, più di ogni altra cosa, a spingere gli ucraini e i loro alleati in Occidente a promuovere accordi bilaterali. Che potrebbero condurre l’America - e tutto l’occidente - in una lunga e costosa «guerra senza fine» contro la Russia nella quale l’unico vincitore sarebbe il complesso industrial-militare.