OpenAI si è trovata al centro di una tempesta mediatica a causa di alcune dichiarazioni rilasciate dalla Chief Financial Officer Sarah Friar. La vicenda, che risale a mercoledì ha sollevato un polverone e costretto i vertici aziendali a una frenetica operazione di damage control. Ma cosa è successo esattamente?
Durante un evento organizzato dal Wall Street Journal, la manager della società madre di ChatGPT ha suggerito che il governo statunitense dovrebbe fornire garanzie per sostenere gli investimenti miliardari che OpenAI ha pianificato in infrastrutture di intelligenza artificiale. Le sue parole hanno fatto tremare i mercati e scatenato reazioni durissime da parte di analisti e investitori, che hanno interpretato il messaggio come una richiesta indiretta di sostegno pubblico per coprire eventuali fallimenti finanziari della compagnia privata.
La questione ruota attorno agli impegni monumentali che OpenAI ha assunto recentemente, tra cui 1.400 miliardi di dollari destinati all’acquisto di chip e alla costruzione di data center. Friar ha parlato esplicitamente di un backstop governativo, ovvero una garanzia che permetterebbe di abbassare il costo del finanziamento e aumentare la quota di debito che l’azienda potrebbe contrarre. In altre parole, la CFO sembrava invocare un meccanismo attraverso cui lo Stato garantirebbe i prestiti contratti da OpenAI, assumendosi il rischio in caso di insolvenza.
La Friar ha tentato di correggere il tiro pubblicando un post su LinkedIn, specificando che il governo dovrebbe “fare la sua parte” in collaborazione con il settore privato, ma precisando che OpenAI “non cerca garanzie governative per i nostri impegni infrastrutturali”. La retromarcia, però, non è bastata a placare le critiche.
Perché tanto clamore per una frase?
Dietro una reazione così violenta si celano molteplici fattori che toccano nervi scoperti dell’economia americana. OpenAI è una società privata valutata 500 miliardi di dollari, ancora in perdita operativa nonostante i ricavi in crescita. Per questo l’idea che i contribuenti americani possano garantire i debiti di una compagnia privata così capitalizzata, senza ricevere alcun beneficio diretto dal suo eventuale successo, è apparsa inaccettabile a molti osservatori. Mike O’Rourke, Chief Market Strategist di Jones Trading, ha espresso il disagio generale con una provocazione tagliente: “Ci sarà un movimento politico per condonare i prestiti per chip AI come i prestiti studenteschi? OpenAI potrebbe finire in amministrazione controllata come Fannie Mae e Freddie Mac?”
Le dichiarazioni hanno inoltre alimentato i sospetti che circolano da mesi negli ambienti finanziari e della Silicon Valley: OpenAI potrebbe non avere un piano solido per finanziare i suoi impegni da 1.400 miliardi di dollari senza manovre creative o aiuti esterni. Questo rappresenterebbe un problema sistemico, considerato che l’azienda ha siglato accordi miliardari con colossi come Nvidia e Amazon, contribuendo a sostenere il rally del mercato azionario tecnologico. Un eventuale default potrebbe quindi generare onde d’urto nell’intero ecosistema tech.
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L’intervento di Altman e la posizione del governo
Giovedì, Sam Altman è dovuto intervenire personalmente per spegnere l’incendio. Il CEO di OpenAI ha rivelato che l’azienda prevede di raggiungere 20 miliardi di dollari di ricavi quest’anno, con l’obiettivo di arrivare a “centinaia di miliardi” entro il 2030 grazie agli investimenti nell’AI enterprise e nei dispositivi consumer. Altman ha ribadito con forza: “Non abbiamo né vogliamo garanzie governative per i datacenter di OpenAI”. Ha poi aggiunto: “Se sbagliamo e non riusciamo a sistemare le cose, dovremmo fallire, e altre aziende continueranno a fare buon lavoro servendo i clienti. È così che funziona il capitalismo”.
Il CEO ha però lasciato aperta la possibilità che il governo possa considerare investimenti diretti in propri data center e garantire prestiti per la costruzione di nuovi impianti di fabbricazione di chip sul suolo americano. La vicenda si inserisce quindi nella strategia del governo Trump, che ha identificato le infrastrutture AI come priorità nazionale per la sicurezza nazionale, promettendo di ridurre le regolamentazioni e semplificare le autorizzazioni per nuovi data center. Ma l’amministrazione ha voluto chiarire immediatamente che leadership tecnologica non significa protezione per le singole aziende che fanno scelte sbagliate.
David Sacks, lo “zar” AI di Trump, ha infatti chiuso definitivamente la questione dichiarando su X che “non ci sarà alcun salvataggio federale per l’AI”, sottolineando che se un’azienda del settore dovesse fallire, “altre prenderanno il suo posto”.