Milioni di posti di lavoro sono a rischio se l’aumento dei prestiti da parte delle cosiddette “banche ombra” dovesse trasformarsi in un disastro.
La crescita galoppante, a livello europeo, dei prestiti da parte delle società di private equity è “complessa, opaca e potenzialmente rischiosa”.
È questo l’allarme lanciato da Nathanaël Benjamin, un alto funzionario della Bank of England, banca centrale del Regno Unito.
L’ascesa - e discesa - del private equity
Il mercato del credito privato è aumentato di dimensioni dopo la crisi finanziaria, quando il private equity ha iniziato a colmare le lacune del sistema bancario e a garantire rendimenti più elevati dopo i tagli portati avanti dalle banche tradizionali.
Tuttavia, il credito privato è molto meno regolamentato di quello bancario e le autorità non riescono a dipingere un quadro chiaro delle possibili insidie. Con il termine “private equity”, lo ricordiamo, si fa riferimento ai prestiti concessi da fondi e singole imprese, piuttosto che da banche o da creditori sui mercati obbligazionari.
Nel Regno Unito molte aziende, grandi e piccole, dipendono dai mercati privati per i finanziamenti. Uno shock in questo settore – innescato dalle perdite degli investitori e/o da una diminuzione dell’interesse per gli asset privati – potrebbe limitare la capacità delle imprese di accedere ai finanziamenti di cui hanno bisogno, il che potrebbe portare a dei tagli negli investimenti e dei posti di lavoro nel settore.
A livello mondiale il credito privato vale 2.000 miliardi di dollari (1.875 miliardi di euro); il private equity investe 250 miliardi di sterline nel Regno Unito, mentre nel 2022 gli investimenti del private equity in Italia sono stati pari a 13,5 miliardi, di cui 11,7 miliardi per operazioni di buy out e sviluppo e 1,8 miliardi per venture capital.
Considerando anche le terze parti coinvolte, le aziende britanniche sostenute da private equity e venture capital impiegano 3,5 milioni di persone. Tale statistica non è disponibile anche per l’Italia, ma sappiamo che nel 2022 sono state sostenute dal PE ben 587 società italiane. Appare chiaro che, qualora il settore dovesse subire una forte battuta d’arresto, l’effetto a catena percepito dalle aziende anche solo marginalmente coinvolte nel private equity sarebbe enorme.
Le insidie delle banche ombra da monitorare
Il rialzo dei tassi di interesse negli ultimi due anni da parte delle banche centrali ha colto di sorpresa il settore, lasciando le aziende indebitate alle prese con dei costi di finanziamento più elevati bloccando de facto la vendita dei propri asset da parte delle società di private equity.
I tassi di default sono in aumento perché le imprese non riescono più a rifinanziare i prestiti o ripagare i propri debiti.
Su questo fronte il private equity appare particolarmente vulnerabile, dato l’ampio uso della leva finanziaria e la natura illiquida dei suoi investimenti. Alcune società sostenute dal private equity stanno optando per delle soluzioni di rifinanziamento che possano cristallizzare i rischi, come degli accordi di “modifica ed estensione” o di “pagamento in natura”.
Tali accordi possano aiutare le imprese a superare lo stress, ma il rischio è che l’impatto dei tassi più alti venga semplicemente ritardato e che un’estensione dei termini possa restituire solo un falso conforto, aumentando le perdite su crediti in futuro.
La crescita del private equity riflette in parte l’abbandono delle soluzioni tradizionali come i prestiti bancari in seguito alla crisi finanziaria. Tuttavia, ad oggi si contano diverse banche coinvolte nel settore in qualità di finanziatori, un’evidenza che non fa che costituire nuovi rischi man mano che il sistema finanziario diventa più complesso e intricato.
Una situazione (contraddizione, pardon) a dir poco ironica: le banche sono preoccupate per la minaccia rappresentata dagli operatori non bancari, ma allo stesso tempo sono desiderose di aiutarli a rafforzarsi.