Le aziende cinesi hanno evaso i dazi di Trump una volta: ecco come possono farlo di nuovo

Federico Giuliani

8 Gennaio 2025 - 07:10

Per bypassare i dazi degli Usa le aziende cinesi potrebbero tornare ad usare una strategia già adottata con successo: aprire nuove fabbriche nei cosiddetti «Paesi di collegamento».

Le aziende cinesi hanno evaso i dazi di Trump una volta: ecco come possono farlo di nuovo

Il mondo intero trattiene il fiato in attesa di capire quale sarà la decisione finale del team economico di Donald Trump.

Nel corso della sua campagna elettorale il presidente eletto degli Stati Uniti aveva infatti promesso tariffe a tappeto, in una forbice compresa tra il 10 e il 20%, su qualsiasi prodotto importato negli Usa.

Di recente il Washington Post ha invece parlato di un piano più light al quale starebbe lavorando la squadra del tycoon: dazi da applicare a tutti i Paesi ma soltanto per i prodotti di settori altamente strategici e critici per la sicurezza nazionale ed economica di Washington.

Ad interessarsi particolarmente all’intera vicenda troviamo le aziende cinesi, pronte ad affrontare il secondo mandato dell’imprevedibile The Donald. I player del Dragone hanno già provato sulla loro pelle cosa significa fare i conti con tariffe, dazi e barriere commerciali made by Trump, e sono pronte ad intraprendere la nuova sfida. Come? Bypassandole di nuovo.

Basta dare un’occhiata alla mossa adottata dalle fabbriche di biciclette cinesi. Le stesse, come ha spiegato il New York Times, che nel 2018 hanno spostato le loro operazioni finali di produzione e assemblaggio fuori dal territorio cinese, creando nuove strutture a Taiwan, Vietnam, Malesia, Cambogia e India.

Utilizzando parti provenienti principalmente dalla Cina, queste società hanno sostanzialmente realizzato beni che potevano esportare negli Stati Uniti senza pagare la tariffa del 25% che avrebbero dovuto coprire nel caso in cui la bici fosse stata spedita direttamente dal territorio cinese. “L’effetto netto di ciò che sta accadendo con queste tariffe è che le fabbriche cinesi in Cina stanno aprendo fabbriche cinesi in altri Paesi”, ha tagliato corto il quotidiano statunitense.

La mossa delle aziende cinesi

A partire dal 2018 Trump ha imposto dazi su centinaia di miliardi di dollari di prodotti importati negli Usa: dai metalli alle lavatrici, dai pannelli solari ad altri beni provenienti dalla Cina. Del resto la sua amministrazione ha sempre sostenuto che le imposte avrebbero costretto le aziende a creare fabbriche negli Stati Uniti.

Se è vero che alcuni settori che competono con i beni made in China low cost, come l’industria dell’abbigliamento e dei mobili, hanno usufruito della strategia di Trump per crescere, per tanti altri i dazi hanno semplicemente stimolato un rimpasto globale delle operazioni manifatturiere. Ovvero: non c’è stato alcun rafforzamento della produzione statunitense né sono stati interrotti i legami con le aziende cinesi.

Cosa è successo dunque? Semplice: molte società del Dragone hanno spostato le loro fabbriche in altri Paesi - a basso costo - in Asia o America Latina, con il risultato che le importazioni statunitensi da queste nazioni sono aumentate. In termini più economici, alcuni prodotti cinesi stanno facendo un viaggio più lungo intorno al mondo per raggiungere gli Stati Uniti nel tentativo di evitare i dazi (aggiungendo al viaggio un non irrilevante aumento di costi a scapito dei consumatori).

Gita Gopinath, prima vicedirettrice generale del Fondo monetario internazionale, ha spiegato che il commercio e gli investimenti venivano dirottati attraverso quelli che lei ha definito “Paesi di collegamento”, compensando in parte l’erosione dei rapporti diretti tra Stati Uniti e Cina.

Il ruolo dei Paesi di collegamento

Ebbene, il ruolo di questi Paesi di collegamento, in particolare Messico e Vietnam, “potrebbe aver contribuito ad attutire l’impatto economico globale del disaccoppiamento commerciale diretto tra Stati Uniti e Cina”, ha affermato Gopinath. “Ma se abbia contribuito a diversificare le esposizioni e ad aumentare la resilienza della catena di fornitura resta una questione aperta”, ha quindi concluso.

A ben vedere il ruolo della Cina come esportatore globale non è diminuito, e non è diminuito neanche quello degli Stati Uniti come importatori. Il divario tra i beni che gli Usa esportano e importano da oltre la Muraglia si è ridotto a 278 miliardi di dollari nel 2023 dai 417 miliardi del 2018. Attenzione però, perché le esportazioni cinesi a livello globale sono aumentate e i deficit commerciali degli Stati Uniti con Vietnam, Taiwan, Messico, Canada e altri Paesi si sono ampliati.

In estrema sintesi: le aziende cinesi hanno individuato numerosi punti d’appoggio all’estero che consentono loro di aggirare le barriere commerciali con gli Stati Uniti. Un esempio? Dopo che Washington ha imposto tariffe elevate sui pannelli solari made in China, molte aziende cinesi hanno aperto fabbriche solari nel sud-est asiatico... Ecco cosa potrebbe succedere, di nuovo, da qui ai prossimi anni (se non mesi).

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