Le 5 banche italiane più esposte al credito privato. Ma il vero rischio non si vede nei bilanci

Claudia Cervi

26 Marzo 2026 - 16:09

Il mercato del credito privato cresce anche in Europa e si intreccia con le banche. Dalle esposizioni indirette ai rischi fuori bilancio, ecco cosa sta preoccupando la BCE.

Le 5 banche italiane più esposte al credito privato. Ma il vero rischio non si vede nei bilanci

Il rischio più grande potrebbe non essere quello che appare nei bilanci. È quello legato al credito privato, un mercato esploso negli ultimi anni e finito ora sotto la lente della Banca Centrale Europea.

Un mercato che vale oltre 1.800 miliardi di dollari a livello globale, circa 300-400 miliardi in Europa, cresciuto lontano dalle banche e diventato sempre più centrale per il credito alle imprese. Per anni ha retto. Ora qualcosa sta cambiando.

Dietro la crescita dei fondi di direct lending si nasconde infatti una rete di legami sempre più stretti con le banche tradizionali: finanziamenti, garanzie, linee di liquidità. Connessioni spesso difficili da misurare, che in caso di shock potrebbero trasformarsi in perdite improvvise. Non a caso Francoforte vuole vederci chiaro. E anche tra le banche italiane iniziano a emergere le prime aree di vulnerabilità.

Le banche italiane più esposte al credito privato: dove il rischio è concentrato (e quanto può pesare)

In Italia il rischio non è dove sembra. Non nei grandi portafogli visibili, ma nei legami meno evidenti.

Le banche non detengono grandi masse di direct lending in bilancio, ma sono sempre più coinvolte in modo indiretto: finanziano fondi, partecipano come co-lender, entrano in operazioni strutturate. È lì che si concentra l’esposizione reale.

Le aree più sensibili sono sempre le stesse: mid-market corporate, dove le PMI più strutturate utilizzano leva finanziaria, real estate e operazioni legate al private equity. Segmenti che crescono rapidamente, ma che reagiscono per primi quando il ciclo si indebolisce.

Il mercato italiano del credito privato potrebbe arrivare a 25-30 miliardi di euro entro il 2026, con una crescita tra il 15% e il 20% annuo. A spingere è anche il rendimento: fino a 200-400 punti base in più rispetto ai mercati del Nord Europa.

Finché l’economia tiene, il sistema regge. Quando rallenta, gli equilibri cambiano velocemente.

È proprio su questo che la Banca Centrale Europea sta accendendo i riflettori, per capire dove si nasconde il credito privato e quanto può pesare quando le condizioni peggiorano.

I casi più sensibili sono quelli di Mediobanca e illimity Bank. Qui il credito privato è parte del modello di business. Operazioni di ristrutturazione e finanziamenti complessi possono incidere rapidamente sui risultati se aumentano i default, anche di pochi punti percentuali.

UniCredit si muove su un piano diverso: la presenza nel leveraged finance e nei finanziamenti a sponsor finanziari crea un’esposizione più distribuita ma anche più interconnessa. In uno scenario di stress, il rischio può emergere in più aree contemporaneamente, soprattutto nelle divisioni corporate e investment banking.

Per Intesa Sanpaolo il rischio è pè meno visibile ma più esteso. Passa dalle imprese finanziate, sempre più spesso legate al private credit. Se la qualità del credito peggiora, l’impatto si accumula nel tempo.

Infine, tra le banche più legate al tessuto delle PMI, Banco BPM appare tra le più esposte per il maggiore coinvolgimento in operazioni di credito strutturato e per la presenza in filiere dove il private credit è già diffuso. In questo caso il rischio resta indiretto, ma può accelerare rapidamente se aumenta il numero di imprese in difficoltà.

Il vero rischio è in Europa: le banche più esposte al credito privato

Per capire dove può nascere davvero il problema bisogna allargare lo sguardo oltre i confini italiani. È nel cuore del sistema finanziario europeo che il credito privato ha trovato terreno fertile, intrecciandosi in modo sempre più profondo con le grandi banche d’investimento.

I casi sotto stretta osservazione della BCE sono quelli di Deutsche Bank, BNP Paribas e Société Générale. Non solo per dimensione, ma per ruolo. Questi gruppi partecipano attivamente al finanziamento di operazioni di leveraged buyout, forniscono linee di credito ai fondi e spesso strutturano le operazioni che poi vengono distribuite sul mercato. Un ecosistema che, secondo diverse stime di mercato, può portare l’esposizione al private credit ben oltre la media europea dell’1-2%, con punte più elevate proprio nei segmenti più rischiosi.

Gran parte di queste esposizioni non è immediatamente visibile. Parliamo di impegni non utilizzati, veicoli fuori bilancio, garanzie implicite. Strumenti che in fase di crescita funzionano senza attriti, ma che in uno scenario di stress possono trasformarsi rapidamente in obblighi reali.

È qui che si annida il rischio sistemico. Perché quando i fondi iniziano a trovarsi in difficoltà, il problema non resta confinato. Si trasmette alle banche che li finanziano, ai mercati che li sostengono e, infine, all’intero sistema. Un effetto domino che la vigilanza europea vuole intercettare prima che diventi visibile a tutti.

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