Lavoro di sei giorni, cosa succede se il dipendente rifiuta?

Ilena D’Errico

3 Luglio 2024 - 22:06

Il dipendente può rifiutarsi di lavorare per sei giorni? Ecco cosa prevede la legge, quali sono i diritti del lavoratore e le possibili conseguenze.

Lavoro di sei giorni, cosa succede se il dipendente rifiuta?

Per tantissimi lavoratori dipendenti italiani la settimana lavorativa si articola su cinque giorni. Spesso l’orario di lavoro va dal lunedì al venerdì, ma questa non è affatto una regola, tanto che sempre più persone lavorano nel weekend e hanno uno o più giorni di riposo infrasettimanali. Spesso e volentieri, però, viene richiesto ai dipendenti di lavorare un giorno in più, prestando servizio per sei giorni anziché i cinque previsti.

Ovviamente, è più proficuo per entrambe le parti che maggiori esigenze produttive vengano fronteggiate con il contributo dei lavoratori già assunti. D’altra parte, questi ultimi potrebbero avere pianificato diversamente i loro impegni, trovandosi così in difficoltà al momento della richiesta. Ci si chiede quindi se il dipendente si può rifiutare di lavorare sei giorni e che cosa rischia per questo diniego.

In realtà, non c’è una risposta univoca a questo quesito. Per capire se esiste la possibilità di rifiutarsi bisogna, infatti, valutare gli elementi del contratto e della prestazione lavorativa utili al caso. Ecco cosa c’è da sapere.

Lavorare sei giorni alla settimana, straordinario o supplementare?

Come premesso, non esiste una regola generalizzata sulla possibilità di rifiutarsi di lavorare il sesto giorno consecutivo. Il primo elemento utile da analizzare riguarda infatti il corretto inquadramento di questa ulteriore giornata di lavoro, che non è uguale per tutti. Potrebbe trattarsi di lavoro straordinario, e seguire le relative regole, oppure no, anche se sul punto molti sono tratti in errore.

Tanti lavoratori, soprattutto se alle prime armi, ritengono erroneamente che le ore di lavoro prestate in aggiunta a quelle previste dal contratto attengano alla fattispecie del lavoro straordinario. In realtà, questa correlazione non è automatica, ma dipende appunto dal monte ore settimanale prestabilito.

Secondo la legge, il lavoro straordinario è quello ulteriore rispetto alle 40 ore settimanali, che viene retribuito con una maggiorazione rispetto alla paga base ed eventuali riposi compensativi. Dunque, se il contratto di lavoro prevede un monte ore settimanale di 40 ore in cinque giorni, la sesta giornata lavorativa attiene alla normativa sugli straordinari.

Al contrario, se il contratto di lavoro prevede un impegno inferiore, non ci si trova in questo campo, o comunque non completamente. Le ore di lavoro che eccedono l’orario normale di lavoro ma non superano le 40 ore settimanali (o limite inferiore previsto dal Ccnl) attengono infatti al lavoro supplementare, sottoposto a diversa regolamentazione.

Il dipendente può rifiutarsi di lavorare sei giorni?

Iniziamo con l’ipotesi in cui la sesta giornata lavorativa rientri, del tutto o parzialmente, nel lavoro supplementare. Ci si riferisce dunque ai lavoratori part-time, che hanno firmato un contratto di lavoro per un orario più contenuto. Questi dipendenti potrebbero quindi avere la necessità di svolgere un secondo lavoro oppure aver preso questo impegno in ragione di personali necessità. Per questi motivi, hanno più libertà nel rifiuto del lavoro supplementare.

Infatti, questi lavoratori possono rifiutarsi di lavorare il 6° giorno per esigenze personali di studio, lavoro o salute, ma anche in caso di assenza o nullità delle clausole elastiche. Queste ultime devono essere contenute nel contratto, stabilendo anche il preavviso minimo dovuto al dipendente e l’orario massimo di lavoro supplementare (comunque non superiore al 25% dell’orario contrattuale).

In assenza di esigenze comprovate e nel rispetto dei dettami delle clausole elastiche, invece, il dipendente non può rifiutarsi di lavorare.

Quando si parla di lavoro straordinario, al contrario, il dipendente è obbligato ad accettare, sempre nel limite di 250 ore annue (o limite inferiore previsto dal Ccnl) nei seguenti casi:

  • previsioni del contratto collettivo con annessa durata massima;
  • esigenze tecniche e produttive improvvise;
  • eventi, manifestazioni o similari che richiedono maggiore prestazione lavorativa.

Al di fuori di queste ipotesi, il dipendente è legittimato a rinunciare al lavoro straordinario.

Cosa rischia il dipendente che si rifiuta di lavorare 6 giorni

Quando il sesto giorno di lavoro che il dipendente rifiuta attiene al lavoro supplementare non rischia nell’immediato il licenziamento, visto che questo comportamento non configura una giusta causa e nemmeno un’infrazione disciplinare. Allo stesso tempo, il datore di lavoro potrebbe chiedere il passaggio a un contratto di lavoro a tempo pieno considerando la prestazione insufficiente. Questo rifiuto, secondo l’orientamento della Cassazione, potrebbe invece determinare il licenziamento.

Molto peggio per chi rifiuta il lavoro straordinario nelle ipotesi inderogabili sopracitate, rischiando sanzioni disciplinari (dal richiamo verbale alla sospensione) e finanche il licenziamento se la condotta si ripete e ha gravi conseguenze, ad esempio ripercussioni sui colleghi. Il dipendente è esente da questi esiti soltanto se ha a sua volta valide motivazioni:

  • è un lavoratore studente;
  • ha gravi motivi che gli impediscono di svolgere la prestazione straordinaria;
  • il datore di lavoro viola il dovere di buona fede.

In ogni caso, i dipendenti non possono effettuare prestazioni lavorative straordinarie oltre i limiti stabiliti dalla legge.

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