Lavoratrice ottiene maxi risarcimento. Non hanno tenuto conto delle sue condizioni di salute

Ilena D’Errico

4 Aprile 2026 - 22:30

L’azienda non tiene conto delle sue condizioni di salute, ma il tribunale sì: 17.000 euro di risarcimento (e dimissioni con indennità di disoccupazione).

Lavoratrice ottiene maxi risarcimento. Non hanno tenuto conto delle sue condizioni di salute

La tutela dei lavoratori si intreccia molto spesso con un diritto imprescindibile degli esseri umani, ovvero quello alla salute. Per salvaguardare i cittadini serve anche garantire loro la possibilità di lavorare nel limite delle proprie condizioni psicofisiche, senza penalizzazioni. Un principio che oggi ci appare quasi scontato, dopo tutti gli interventi fatti negli anni, ma che ancora deve essere difeso in tribunale. Di recente una lavoratrice ha ottenuto il riconoscimento di un sostanzioso risarcimento proprio perché il datore di lavoro non aveva tenuto conto dei suoi problemi di salute, adibendola a mansioni incompatibili con le sue condizioni.

La vicenda si è appena conclusa in Spagna, non certo un Paese arretrato per quanto riguarda il diritto del lavoro. Nonostante le problematiche che ancora affliggono i lavoratori nei Paesi europei, comunque, questo caso dimostra che è possibile risolvere le criticità esercitando i rimedi previsti dalla legge. Vediamo però cos’è successo.

Maxi risarcimento perché l’azienda non ha tenuto conto della sua salute

Di recente, l’Alta corte di giustizia della Galizia ha riconosciuto un risarcimento da quasi 17.000 euro in favore di una lavoratrice, che ha contestualmente ottenuto il recesso dal contratto di lavoro. Come anticipato, tutto ruota intorno alle condizioni di salute dell’ex dipendente e alla gestione delle stesse da parte del datore di lavoro. Al di là del doveroso risarcimento, questa storia conserva comunque un forte retrogusto amaro, considerando quanto tempo abbia dovuto aspettare la donna per riuscire a far valere i propri diritti, ma anche le modalità con cui sono stati ignorati nel corso degli anni.

Si trattava peraltro di una dipendente di lunga data dell’azienda, assunta dal mese di giugno 2011 con un contratto di lavoro part-time a tempo indeterminato come gestore in una nota catena di supermercati locale. Non ci sono mai stati problemi tra le parti ne fatti degni di nota, finché a novembre 2020 la lavoratrice ha ricevuto una diagnosi spiacevole, che avrebbe dovuto spingere adeguati accorgimenti nel luogo di lavoro. In particolare, alla lavoratrice è stata diagnosticata la sindrome di Raynaud, con cui l’organismo esaspera la risposta al freddo con un’estrema vasocostrizione.

Le conseguenze e le complicanze che possono derivare da questo fenomeno sono molteplici e molto gravi, tanto da imporre precise accortezze quotidiane volte a innescare la reazione. Una delle precauzioni fondamentali è proprio evitare il freddo intenso e i bruschi sbalzi di temperatura, elementi che chi lavora in un supermercato conosce molto bene. Alla luce dell’esperienza lavorativa maturata, nessuno si sarebbe però aspettato delle difficoltà nell’adeguamento delle mansioni alla diagnosi. Anzi, il datore di lavoro si è subito impegnato ad adattare i compiti e gli ambienti.

Il problema è che le intenzioni sono rimaste sul contratto e non sono mai diventate realtà, visto che la lavoratrice è stata impegnata in mansioni come cassiera, nella pulizia, nella sistemazione di frigoriferi e alimenti surgelati, come macelleria, panetteria e pescheria. Insomma, tutti compiti in cui non venivano evitati gli sbalzi di temperatura né il freddo intenso, senza peraltro che l’ex dipendente potesse ovviare con guanti e altre protezioni (che sarebbero inoltre dovute essere fornite dall’azienda) per questioni di igiene e sicurezza.

Dopo un po’, quindi, la donna si è rivolta al tribunale, che in un primo momento non ne ha riconosciuto le ragioni. La sentenza di primo grado aveva obiettato che mancassero prove adeguate sulla conoscenza delle inadatte condizioni da parte del datore, ma anche che la lavoratrice non avesse opposto reclami frequenti. Alla fine, però, il fatto che il lavoro non fosse stato adeguato dopo l’impegno anche scritto è importato maggiormente, tanto che la donna è riuscita a ottenere le dimissioni per giusta causa e un risarcimento. Un esito simile a quello che ci si aspetterebbe in Italia, dove l’articolo 2087 del Codice civile obbliga i datori di lavoro ad adottare:

le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

L’azienda che è a conoscenza dello stato di salute del lavoratore deve intervenire su mansioni incompatibili o che potrebbero aggravare lo stato di salute, su indicazione della sorveglianza sanitaria, che può essere richiesta anche dal dipendente.

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