La verità sulla volatilità estrema delle azioni

Redazione Money Premium

2 Luglio 2025 - 07:35

Anche i titoli migliori come Amazon, Apple e Nvidia hanno perso fino al 95% prima di eccellere. Il dato choc: la mediana delle azioni USA ha perso l’85% dal 1985 senza mai recuperare del tutto.

La verità sulla volatilità estrema delle azioni

Nel mondo degli investimenti azionari, la narrazione dominante tende a esaltare i grandi successi: storie di Amazon, Apple, Nvidia, capaci di generare ritorni stellari.

Ma dietro questi casi da copertina si nasconde una verità ben più cruda: la maggior parte delle azioni, anche quelle con buone prospettive, attraversa crolli devastanti. Secondo uno studio di Michael Mauboussin e Dan Callahan per Morgan Stanley, pubblicato nel 2024, la mediana delle azioni USA dal 1985 ha subito un drawdown massimo dell’85%.

E non è tutto: la stessa azione mediana raramente riesce a tornare al proprio picco. Al massimo recupera fino al 90% del massimo storico. Questo significa che l’esperienza tipica dell’investitore non è quella del trionfo silenzioso, ma del dolore prolungato. L’eccezione, non la regola, è la superstar stock che triplica i propri valori iniziali.

Anche gli attori professionali non sono immuni. I dati sui fondi comuni d’investimento USA mostrano che i migliori 20 fondi dal 2000 hanno subito in media un drawdown del 60%, con il top performer che ha perso il 68% prima di decollare. Questo conferma che anche con le migliori capacità (o fortuna) la strada verso la performance è impervia.

Uno degli aspetti più controintuitivi è che neanche la preveggenza perfetta eviterebbe perdite colossali. Wesley Gray, CEO di Alpha Architect, ha dimostrato con uno studio che portafogli “perfetti” assemblati ogni cinque anni dal 1927 subiscono comunque perdite superiori al 70%. “Anche Dio verrebbe licenziato come gestore attivo”, ha commentato provocatoriamente.

Ma allora, come si spiega l’esistenza di simili drawdown? Il motivo è duplice. Primo, il mercato azionario è per sua natura volatile e fortemente influenzato da eventi sistemici (dot-com, crisi del 2008, pandemia). Secondo, l’indice S&P 500 è trainato da una minuscola percentuale di titoli. Studi di Bessembinder mostrano che solo il 2% delle azioni ha generato il 90% della ricchezza cumulata nel mercato USA.

Il risultato? Chi non accetta perdite anche del 50% “due o tre volte per secolo”, come diceva Charlie Munger, non dovrebbe investire in azioni. Eppure, la pazienza degli investitori è scarsa. Secondo McKinsey, i fondi con performance scarse negli ultimi tre anni (e alte commissioni) subiscono immediati deflussi.
In sintesi: il successo nel mercato azionario è una combinazione di sopravvivenza, tempo e nervi saldi.