La settimana scorsa ho descritto il meccanismo: le nuove regole del Nasdaq garantiscono che i fondi passivi siano obbligati a comprare automaticamente le grandi IPO entro 15 giorni dalla quotazione. Chi fa la IPO, ovvero chi vende, sa quando e a quanto uscirà. Chi compra l’ETF sul Nasdaq non lo sa a quanto uscirà, perché sta entrando adesso.
Questa settimana vediamo dove porta quel meccanismo quando lo guardi fino in fondo.
Il venture capital che ha finanziato SpaceX nei suoi primi anni ha corso un rischio reale. Ha scommesso su razzi che esplodevano, su contratti governativi incerti, su un fondatore che dormiva in fabbrica. Quel rischio è stato remunerato: la valutazione privata di SpaceX oggi è nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari.
Quando SpaceX si quoterà, quel rischio non scomparirà. Si sposterà.
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Passerà dai venture capital che escono a chi compra l’ETF sul Nasdaq il giorno dopo. Non perché qualcuno abbia ingannato qualcuno. Ma perché le regole dell’indice hanno costruito una certezza per i venditori che non esisteva prima: possiamo chiamarla la put dell’indice: la garanzia algoritmica che ci sarà sempre un compratore automatico, indipendentemente dal contesto macro, indipendentemente dal prezzo.
Ho scritto qualche settimana fa della Fed di Warsh e del bilancio che vuole ridurre e dei suoi effetti sul mercato azionario USA. Per sedici anni la “put della Fed” — l’intervento automatico in caso di discesa dei mercati — aveva sostenuto le valutazioni.
Quella put sta evaporando. Ma i grandi istituzionali hanno già costruito la loro alternativa: una put privata, incorporata nelle regole dell’indice, che funziona indipendentemente da Washington.
Il risparmiatore che compra l’ETF sul Nasdaq non sa di essere diventato la nuova FED, il compratore di ultima istanza.
C’è una seconda cosa che non sa. Quando Musk quoterà SpaceX manterrà il controllo assoluto dell’azienda tramite azioni speciali a supervoto — azioni che non sono quotate, che non compaiono nell’ETF, che nessun risparmiatore può comprare. Il rischio economico sarà distribuito su milioni di sottoscrittori di fondi passivi nel mondo. Il controllo decisionale resterà a una sola persona.
Non è illegale. È la struttura che il Nasdaq ha esplicitamente validato con le nuove regole sulla capitalizzazione totale — quella che include anche le azioni non quotate per calcolare l’eleggibilità all’indice.
Chi paga i rischi decide anche come viene gestita l’azienda. Questo è il principio base del capitalismo azionario. Le nuove regole del Nasdaq lo hanno silenziosamente abrogato.
A questo punto vale la pena richiamare una storia italiana che molti hanno dimenticato.
Nel 2003 il crack Parmalat travolse centinaia di migliaia di risparmiatori italiani. Le banche creditrici, che vedevano crescere il rischio di insolvenza nei propri bilanci, avevano trovato il modo di trasferirlo: obbligazioni emesse tramite sussidiarie offshore, distribuite allo sportello come investimenti sicuri. Il rischio era passato dai bilanci delle banche ai conti correnti dei risparmiatori.
La struttura era la stessa di oggi: i soggetti forti escono, i piccoli assorbono. La differenza è una sola, ma è sostanziale.
Parmalat fu un crimine. C’erano bilanci falsi, conti offshore inesistenti, dirigenti che mentivano sapendo di mentire.
Il Nasdaq moderno opera alla luce del sole. Le regole sono pubbliche. I prospetti sono disponibili. Nessuno mente. Il trasferimento del rischio non avviene tramite una frode — avviene tramite un automatismo matematico che il risparmiatore ha accettato contrattualmente nel momento in cui ha comprato l’ETF.
È più rassicurante. Non è necessariamente meno pericoloso.
La domanda che vale la pena portarsi a casa non riguarda SpaceX né Musk né le regole del Nasdaq.
Riguarda il momento in cui hai deciso di comprare un ETF tecnologico perché «la tecnologia americana non delude mai». In quel momento stavi comprando il futuro come chi comprava Apple a un dollaro — o stavi comprando il passato di qualcun altro al prezzo che lui aveva scelto per uscire?