La strategia dell’Unione Europea per le batterie, una volta celebrata come simbolo della sua rinascita industriale e tecnologica, sta crollando sotto il peso delle sue stesse ambizioni.
La vicenda della gigafactory di Northvolt in Svezia rappresenta un caso emblematico di un progetto segnato da hubris e retorica esagerata. Mentre l’UE aspira a una sovranità industriale nel settore delle batterie, i recenti sviluppi mostrano quanto lontana sia questa meta.
Northvolt, considerato il gioiello della strategia europea, si trova ora sull’orlo della bancarotta. Dopo aver raccolto 15 miliardi di euro tra sussidi, prestiti e capitali privati, l’azienda svedese non è riuscita a mantenere le sue promesse. La fabbrica di Skellefteå, costruita per produrre batterie completamente verdi, ha raggiunto solo il 25% del suo obiettivo settimanale di produzione dopo nove anni di attività. Nel frattempo, gli investitori principali, come Volkswagen e BMW, stanno abbandonando la nave, aggravando ulteriormente la situazione.
Un altro segnale di fallimento è la chiusura del sito di produzione di materiali catodici, trasferito a Samsung SDI in Corea del Sud. Questo passo evidenzia la dipendenza europea dalle catene di approvvigionamento asiatiche, nonostante i tentativi di costruire una filiera locale.
Il caso Northvolt non è un’eccezione, ma un sintomo di problemi più profondi nella strategia industriale dell’UE. Più della metà dei grandi progetti per batterie in Europa è in ritardo o a rischio di cancellazione. La dipendenza dell’Europa da Cina, Corea e Giappone per materiali critici e componenti essenziali del processo produttivo evidenzia le lacune nella pianificazione e nella capacità di esecuzione.
Inoltre, la competizione globale è spietata. La Cina, ad esempio, sta inondando il mercato con una capacità produttiva che supera di gran lunga la domanda globale. Con costi medi di produzione per batterie al litio ferro fosfato (LFP) dimezzati rispetto all’anno scorso, i produttori europei faticano a competere.
L’industria asiatica ha impiegato decenni per perfezionare la produzione di batterie al litio. Le tolleranze estremamente ristrette richieste dal processo produttivo e l’alta precisione necessaria rappresentano sfide che i produttori europei hanno sottovalutato. Northvolt, nonostante l’esperienza del suo CEO Peter Carlsson maturata in Tesla, ha scoperto che replicare i successi asiatici è tutt’altro che semplice.
A complicare ulteriormente le cose è l’incapacità politica dell’Unione Europea di rispondere in modo adeguato. Il tanto decantato European Battery Alliance, che dovrebbe gestire un fondo di 180 miliardi di euro, si è rivelato inefficace. Le aziende come Northvolt lamentano una mancanza di flessibilità da parte delle istituzioni comunitarie, che non sembrano in grado di supportare adeguatamente progetti di questa portata.
In contrasto, paesi come la Cina e la Corea del Sud hanno investito massicciamente e strategicamente nel settore. Secondo il Centre for International and Strategic Studies, Pechino ha speso 230 miliardi di dollari per costruire un ecosistema industriale per i veicoli elettrici, un livello di sostegno che l’UE non è in grado di eguagliare.
Di fronte a questa crisi, l’Europa deve prendere decisioni difficili. Una possibilità è raddoppiare gli investimenti, riorientando una parte significativa del PIL dal welfare verso la competitività economica. Tuttavia, questa scelta rischia di incontrare resistenze politiche e sociali, data la natura frammentata dell’UE.
L’alternativa, meno ambiziosa ma più pragmatica, è accettare un ruolo subordinato nella filiera globale delle batterie, lasciando la produzione ai giganti asiatici. Questa strada, però, espone l’Europa a rischi geopolitici significativi, come dimostrato dalla recente decisione della Cina di limitare le esportazioni di batterie a Skydio, azienda statunitense produttrice di droni.
Se non si interviene con decisione, il sogno di una sovranità industriale potrebbe dissolversi definitivamente, lasciando l’Europa in una posizione vulnerabile in un mondo sempre più dominato da rivalità tecnologiche e geopolitiche.