La forza della Cina nelle terre rare non dipende soltanto dalle miniere. È il risultato di decenni di politica industriale concentrata soprattutto nelle fasi a maggior valore aggiunto. Nel 2025 Pechino ha prodotto circa 270 mila tonnellate di terre rare su un totale mondiale di 390 mila, ma il vero squilibrio emerge più avanti nella filiera.
La Cina concentra circa il 91% della separazione e della produzione di metalli delle terre rare e circa il 94% dei magneti permanenti, quelli utilizzati nei motori elettrici, nella robotica, nelle turbine eoliche, nell’aerospaziale e nei sistemi militari. Da qui si comprende il significato dei controlli introdotti nell’aprile 2025 su sette terre rare medie e pesanti, fra cui disprosio e terbio. Nei primi mesi l’effetto fu pesante.
Le esportazioni di magneti diminuirono bruscamente, provocando ritardi nelle consegne e difficoltà per l’industria automobilistica e manifatturiera negli Stati Uniti, in Europa e in Asia. Alcune aziende furono costrette a ridurre l’attività o a fermare temporaneamente le linee produttive.
Guardando però all’intero 2025 emerge una dinamica diversa. Dopo i ritardi iniziali, le licenze vennero concesse e le esportazioni cinesi di magneti ripartirono, chiudendo l’anno sopra i livelli del 2024. L’export complessivo cinese della filiera delle terre rare raggiunse addirittura il record di 62.585 tonnellate, in crescita del 12,9%. Contemporaneamente crollarono però le esportazioni degli elementi sottoposti a controllo. L’ossido di disprosio arrivò a zero nel maggio 2025 e anche quello di terbio subì una brusca contrazione. La logica è precisa e molto... cinese. Pechino non ha interesse a bloccare le esportazioni dei prodotti industriali nei quali possiede una posizione dominante. Ha invece interesse a impedire che i concorrenti possano produrre autonomamente quegli stessi beni. La Cina continua quindi a vendere i magneti, ma restringe l’accesso agli input indispensabili per fabbricarli fuori dai propri confini. È una strategia molto più sofisticata di un embargo generalizzato, perché conserva i ricavi dell’industria cinese e contemporaneamente protegge il suo vantaggio tecnologico.
Il dominio cinese, del resto, è soprattutto industriale. Anche se altri Paesi riuscissero ad aprire nuove miniere, continuerebbero a dipendere da Pechino senza capacità proprie di separazione, raffinazione, produzione di metalli, leghe e magneti. La Cina ha inoltre limitato da anni l’esportazione delle tecnologie necessarie a queste lavorazioni. Il sistema delle licenze offre poi un ulteriore vantaggio. Le aziende straniere devono fornire informazioni sugli utilizzatori finali e sull’impiego dei materiali acquistati. Pechino accumula così dati sulle catene di approvvigionamento occidentali e sulle loro dipendenze, comprese quelle legate alla difesa. In alcuni casi le imprese tedesche hanno dovuto certificare che i magneti importati non sarebbero stati utilizzati per scopi militari.
Esiste tuttavia una vulnerabilità cinese. Per alcune terre rare pesanti Pechino dipende dalle importazioni, soprattutto dal Myanmar. Nei primi dieci mesi del 2025 il Paese rappresentava il 52% delle importazioni cinesi di materie prime di terre rare. La guerra civile ha già provocato forti interruzioni delle forniture. Questo aiuta anche a spiegare perché Pechino voglia conservare disprosio, terbio e altri materiali critici per la propria industria, oltre a utilizzarli come strumento geopolitico. Stati Uniti, Giappone e (molto parzialmente) Europa hanno cominciato a reagire. Washington ha impegnato quasi 3 miliardi di dollari fra partecipazioni, prestiti e contributi nel 2025 e nel 2026. Negli Stati Uniti risultano annunciati, progettati o in costruzione impianti per circa 50 mila tonnellate annue di magneti entro il 2030. In Francia l’espansione dello stabilimento Solvay di La Rochelle potrebbe soddisfare fino al 30% della domanda europea di materiali magnetici da terre rare.
Ma aprire miniere o costruire fabbriche di magneti non basta. Per ridurre davvero la dipendenza occorre ricostruire tutta la catena industriale, dalla separazione delle terre rare alla produzione dei metalli e delle leghe. Servono investimenti pubblici, contratti di acquisto a lungo termine, eventuali prezzi minimi e scorte strategiche. La lezione del 2025 è quindi che la Cina non ha bisogno di chiudere completamente il rubinetto. Può rallentare le forniture, selezionare i destinatari, trattenere i materiali più sensibili e continuare contemporaneamente a esportare prodotti ad alto valore aggiunto. Finché Stati Uniti ed Europa non riusciranno a replicare l’intera filiera, il potere di Pechino sulle terre rare resterà soprattutto industriale, prima ancora che minerario.