Situato a 6.400 chilometri di distanza dal fronte ucraino, l’Estremo Oriente russo sta diventando sempre più importante per Mosca.
Se, infatti, il Cremlino sta abbandonando l’Occidente nel tentativo di inserirsi il più possibile a nuove aree di mondo, allora possiamo affermare che l’ancoraggio all’Asia-Pacifico passa da questa macroregione altamente strategica, o meglio ancora, da Vladivostok.
Il capoluogo del Primorsky Krai conta poco meno di 600.000 abitanti e si è trasformato in una vera e propria calamita russa per gli investimenti asiatici.
Nel 2024, l’economia di Vladivostok, e più in generale dell’intero Primorsky Krai, ha mostrato una crescita moderata ma costante, trainata da investimenti infrastrutturali e legami commerciali con la Cina.
Gli investimenti fissi nella regione dell’Estremo Oriente russo hanno invece superato i 3,9 trilioni di rubli, mentre quelli esteri hanno raggiunto circa 900 miliardi, con la creazione di oltre 19.000 posti di lavoro.
Numeri che hanno spinto ancor di più il Cremlino a puntare su questa città estrema, tagliata fuori dal cuore pulsante del Paese ma situata laddove Mosca vuole creare nuovi legami con l’Asia.
L’importanza strategica di Vladivostok
Prima che scoppiasse la guerra in Ucraina, Vladivostok veniva soprannominata in ambito economico per i rari agganci tra la Russia e la Corea del Nord, e ancor di più per alcuni progetti relativi alla Nuova Via della Seta cinese.
Oggi, agli occhi della Russia, è invece diventata una specie di seconda Mosca incastonata in un’area strategica, che offre a Vladimir Putin la possibilità di rinsaldare i rapporti con Xi Jinping e Kim Jong Un.
In ambito economico, sempre nel 2024, l’agroexport di Vladivostok ha superato 1,9 miliardi di dollari, con il mais e i prodotti ittici in forte espansione, spesso legati a imprese con capitale cinese. Il turismo è invece aumentato del 17% grazie anche alla zona del gioco d’azzardo Primorye. Ed entro il 2030 da queste parti dovrebbero arrivare 6 miliardi di dollari di investimenti direttamente da Mosca per sviluppare ulteriormente l’intera area: non male per la roccaforte marittima della Russia e suo principale snodo commerciale del Pacifico.
Come ha spiegato il New York Times, nel porto locale entrano più navi cinesi rispetto a qualche anno fa mentre la ferrovia transiberiana che termina qui è intasata di container. Insomma, così come San Pietroburgo doveva diventare – e poi è diventata – una “finestra sull’Europa”, Vladivostok dovrà assumere le sembianze di una sorta di finestra del Cremlino sull’Asia e sul Pacifico.
Ostacoli da superare
Gli ostacoli non mancano. Innanzitutto perché Vladivostok non è ancora una specie di Singapore o Hong Kong. La sua silhouette è dominata da grigi palazzi sovietici e vecchi edifici industriali (altro che grattacieli avveniristici e luci al neon) e poi, aspetto ancor più rilevante, appare ancora come una città di modeste dimensioni collocata ai margini dell’Estremo Oriente russo.
In altre parole, Vlavivostok soffre il fatto di non essere inserita in un network globale, o quanto meno regionale, che possa consentirle di connettersi ai principali hub asiatici.
Gli investimenti più recenti comprendono tre ponti enormi e un vasto nuovo campus universitario. Sono in arrivo una succursale della Galleria Tret’jakov e le sedi distaccate del Teatro Mariinskij e dell’Istituto statale di arti performative.
In ogni caso, bisogna ricordare che fino agli anni ’90 Vladivostok è rimasta chiusa agli stranieri per via delle rigide misure di sicurezza imposte dal quartier generale della Flotta del Pacifico, ancora presente in città. E che per trasformarsi in un amplificatore di investimenti a 360 gradi Mosca dovrà investire ancora diversi denari. La missione non è impossibile ma sicuramente complicata...