La produzione industriale cinese si riduce ma esplode l’export e non è una buona notizia

Sergio Giraldo

17 Agosto 2026 - 11:25

Luglio deludente per produzione, consumi e investimenti. Con la domanda interna ferma, la crescita cinese dipende solo dall’export.

La produzione industriale cinese si riduce ma esplode l’export e non è una buona notizia

Contrariamente alla recente prassi, Pechino ha rinviato di alcune ore la pubblicazione dei dati economici di luglio, per non sovrapporsi alla cerimonia per il centenario della nascita di Jiang Zemin e al discorso di circostanza di xi Jinping. L’attesa però non ha reso le cifre migliori o più presentabili.

La produzione industriale è cresciuta «solo» del 4,5% su base annua contro il 5,3% di giugno e il 5% che era atteso. Le vendite al dettaglio si sono fermate ad un modesto +0,6% (1,5% la previsione), gli investimenti fissi sono scesi del 6,7% dopo il -5,7% del primo semestre. La disoccupazione urbana è salita al 5,2% dal 5% e i nuovi ordini nel PMI manifatturiero sono tornati sotto la soglia di espansione, al minimo degli ultimi tre anni.

La situazione del real estate si complica

Sul dato industriali pesano certo i tre tifoni che hanno colpito le coste meridionali del paese, con fabbriche e porti che hanno dovuto fermarsi, nonché il taglio della produzione di carburanti deciso dai raffinatori dopo lo shock petrolifero indotto dalla guerra USA-Iran.

Il mattone resta la zavorra dell’economia cinese. I prezzi delle nuove case sono calati del 3,2% annuo a luglio e gli investimenti immobiliari hanno perso il 19,2% nei primi sette mesi, minimo storico. Poiché gli economisti stimano che circa il 52% della ricchezza delle famiglie sia immobilizzata nel settore, il canale che dal patrimonio arriva ai consumi rimane ostruito. BNP Paribas ha calcolato che con questi numeri la crescita del PIL frena verso il 4,1%, sotto il 4,3% che servirebbe nel secondo semestre per centrare l’obiettivo fissato dal Partito comunista cinese per il PIL del 2026 (tra il 4,5 e il 5%).

Sempre più dipendente dall’export

Con la domanda interna ferma, dunque, il pilastro che resta è l’estero. Luglio ha chiuso con un altro avanzo commerciale mostruoso (100 miliardi di dollari) e il totale annuo è avviato a superare i mille miliardi per il secondo anno consecutivo. Questo motore però è in larga misura un fenomeno legato ai prezzi. Le esportazioni legate all’intelligenza artificiale hanno toccato i 275 miliardi di dollari nel trimestre, in aumento del 57%, e i semiconduttori rappresentano più della metà della cifra. Questo in un momento in cui i prezzi delle memorie DRAM sono più che quintuplicati dalla fine del 2025.
I volumi crescono molto meno dei valori, l’avanzo si restringe in termini nominali e il contributo delle esportazioni nette alla crescita del PIL si assottiglia.

C’è poi una seconda lettura, più preoccupante per l’Occidente. L’export funziona da valvola di scarico della capacità produttiva che il mercato interno non assorbe. Le vendite estere dei cosiddetti «tre nuovi» prodotti (pannelli solari, batterie e auto elettriche) hanno raggiunto 116 miliardi di dollari nel primo semestre, con un balzo del 52%, e le esportazioni di automobili valgono ormai circa un terzo della produzione di autovetture.

In casa le vendite di auto calano da dieci mesi consecutivi, scontando l’esaurimento degli incentivi alla rottamazione. La divergenza si legge nei profitti industriali, concentrati in energia ed elettronica mentre i settori a valle vedono i margini compressi.
Anche il ritorno dell’inflazione dei prezzi alla produzione è un effetto meccanico dei rincari di petrolio e metalli, tanto che il deflattore del PIL + passato al +1,5% annuo nel secondo trimestre dal -0,1% del precedente. L’indice dei prezzi al consumo resta però inchiodato attorno a 0,5%, fotografando una domanda ancora inferiore all’offerta.

In cerca di una strategia economica

Il Politburo di fine luglio ha promesso misure «pragmatiche ed efficaci» al momento opportuno senza annunciare nulla di concreto, l’impulso fiscale è diventato bruscamente restrittivo nel secondo trimestre e la banca centrale non taglia i tassi da maggio 2025. Il credito al settore privato cresce del 5,3%, un nuovo minimo, e nel 2026 i prestiti alle famiglie si contraggono per la prima volta in valore assoluto. A questo punto, misure aggiuntive da parte del governo potrebbero arrivare già a fine settembre se la crescita rischiasse di scendere sotto il limite inferiore dell’obiettivo.

Il pilastro dell’export però rappresenta un rischio, poiché dipende dalla tolleranza dei mercati che le merci cinesi aggrediscono. Mentre Washington ha annunciato nuovi dazi, anche l’Ue si prepara, a settembre, ad alzare le barriere per contrastare lo strapotere cinese sul mercato, in particolare quello dell’auto. Il cambio effettivo reale del renminbi resta competitivo proprio perché la deflazione interna comprime i prezzi cinesi. Ma un modello che scarica all’estero il proprio eccesso di offerta regge fino a che l’estero accetta di comprarlo. Sarà un autunno interessante.