Wall Street piegata dalle vendite a causa della minaccia rappresentata dai bond: è successo anche ieri, come dimostra la terza seduta consecutiva di ribassi per l’azionario Usa, scatenata dalle nuove vendite scattate sui Treasury: vendite che hanno portato i rendimenti decennali a balzare fino al 4,26% nei massimi intraday della seduta di ieri.
Sfondata così la soglia pericolo del 4,25%, ha avvertito Mark Malek, responsabile degli investimenti di Siebert, che ha individuato proprio in questo livello una resistenza il cui superamento potrebbe portare i rendimenti a volare fino al 4,5%, a danno delle azioni.
Già ieri, la marcia al rialzo dei rendimenti dei Treasury ha provocato una forte ritirata delle azioni Usa, con il Dow Jones che ha archiviato la sessione peggiore dagli inizi di settembre, soffrendo una perdita di più di 400 punti (-0,96%), che lo ha portato a scendere a quota 42.514,95 punti e lo S&P 500 arretrato dello 0,92%, a 5.797,42 punti. Entrambi gli indici hanno segnato un ribasso per la terza sessione consecutiva. Male anche il Nasdaq Composite, scivolato dell’1,60%, a quota 18.276,65 punti. Cosa succederà a questo punto ora?
È innegabile che proprio la nuova impennata dei rendimenti dei Treasury abbia contribuito a mettere sotto pressione Wall Street nelle ultime sedute: una impennata che è avvenuta sulla scia del grande dubbio sulla direzione dei tassi dei fed funds Usa, dunque su quelle che saranno le prossime mosse di politica monetaria della Fed, ripiombato sui mercati.
Il maxi taglio dei tassi di 50 punti base varato dalla banca centrale americana lo scorso 18 settembre, si stanno chiedendo analisti e investitori, ha dato il via negli Stati Uniti a un forte allentamento della politica monetaria restrittiva o è destinato a confermarsi una eccezione delle prossime mosse dell’istituzione?
L’interrogativo sta ossessionando i trader, che non sono più convinti dell’avvento di nuovi annunci ultra dovish sui tassi da parte della Fed guidata da Jerome Powell.
Il grande dubbio è stato tra l’altro avallato anche dalle minute relative a quell’ultima riunione del FOMC, il braccio di politica monetaria della Fed, da cui è emerso che il dibattito tra gli esponenti della banca centrale sull’opportunità di procedere a un taglio dei tassi di 25 punti base o di 50 punti base è stato piuttosto acceso.
E, seppur il verdetto finale sia stato raggiunto quasi all’unanimità (la governatrice della Fed Michelle Bowman è stata l’unica a rimanere ferma sulla necessità di procedere a un primo taglio dei tassi di 25 punti base), i verbali hanno confermato che una riduzione di 25 punti base “sarebbe in linea con il percorso di una normalizzazione graduale dei tassi, che concedesse tempo agli esponenti (della Fed) per valutare il grado della restrizione monetaria, a fronte degli sviluppi dell’economia”.
Non è dunque assurdo che, con una economia che rimane solida e che non sta certo gridando aiuto per essere salvata e con una inflazione pronta a rialzare la testa in qualsiasi momento, sulla scia dell’escalation delle tensioni geopolitiche, la Fed decida di essere più cauta a tagliare i tassi o, chissà, magari anche propensa ad azionare il freno.
I bond continueranno ad affossare le azioni?
Così ha commentato il dietrofront delle azioni Brent Schutte, responsabile degli investimenti presso Northwestern Mutual Wealth Management, stando a quanto riporta la CNBC: “A mio avviso, dipende tutto dall’impatto dei tassi di interesse più alti. Il mercato sta riprezzando la probabilità che la Fed tagli i tassi in modo aggressivo”.
Paul Hickey, co-fondatore di Bespoke Investing Group ha invitato in ogni caso gli investitori a non farsi prendere dal panico: “È stata una brutta giornata, ma capita”, ha detto alla CNBC, commentando la sessione di ieri.
Rimane inoltre ottimista su Wall Street la divisione di ricerca di Wells Fargo, ritenendo che le azioni potrebbero riportare un rally nel corso del 2025, nonostante le incertezze di breve termine.
Occhio anche al commento del responsabile di analisi tecnica di Piper Sandler, secondo cui, se è vero che diversi ostacoli potrebbero rallentare la corsa dell’azionario prima della fine del 2024, nel 2025 lo S&P 500 potrebbe risalire, fino ad agguantare addirittura la soglia dei 6.600 punti, livello superiore del 13,8% rispetto a quello di chiusura della seduta di ieri, mercoledì 23 ottobre 2024.
Detto questo, l’ansia per il trend dei Treasury permane, se si considera che, ai massimi intraday di ieri, i rendimenti a 10 anni sono schizzati fino al 4,26%, valore più alto dallo scorso 26 luglio:
un trend che ha esteso il balzo incassato già lunedì, quando i rendimenti erano volati di 12 punti base, per poi sfondare la soglia del 4,2% nella seduta di martedì 22 ottobre, prezzando non solo l’arrivo di dati macro che hanno confermato la solidità dei fondamentali economici degli Stati Uniti, ma anche i timori di una ulteriore impennata del deficit federale Usa.
E così, anche se è stata la stessa Fed a parlare esplicitamente della possibilità che, entro la fine dell’anno, arrivino altri tagli dei tassi di 50 punti base, i trader hanno smorzato le loro scommesse su altri imminenti jumbo-cuts, dopo quello di settembre.
Da segnalare che, dal dot plot pubblicato nella riunione di settembre, è emerso che i 19 esponenti del FOMC, sia votanti che non, stimano tassi sui fed funds in calo fino al 4,4% entro la fine di questo anno, ovvero a un range compreso tra il 4,25% e il 4,5%.
Mancano solo due meeting della Fed prima della fine dell’anno, in calendario il 6-7 novembre e il 17-18 dicembre.
In tutto il 2025, le previsioni incise nel dot plot sono di tassi in discesa fino al 3,4%, dunque di altri tagli complessivi di 1 punto percentuale, mentre per il 2026, l’outlook è di un target al 2,9%, in ribasso complessivamente di 50 punti base.
Attenzione anche al trend dei rendimenti dei Treasury a 2 anni, che ieri sono saliti fino al 4,072%, al record dal 10 ottobre.
La previsione che spaventa. Attenti anche all’effetto deficit federale Usa
Di certo, a spaventare l’azionario, è la previsione formulata da Arif Husain, responsabile investimenti della divisione di reddito fisso di T Rowe Price, che gestisce asset per un valore di $180 miliardi circa della società, e che stima un balzo dei rendimenti dei Treasury a 10 anni fino alla soglia del 5% nell’arco dei prossimi sei mesi, a fronte di “un irripidimento della curva dei rendimenti”.
Tra i motivi che tornerebbero a infiammare i rendimenti dei titoli di stato americani, secondo l’esperto, la continua emissione di Treasury da parte del Tesoro Usa, al fine di finanziare il deficit federale: una emissione che dovrebbe che “inondare il mercato” con l’arrivo di una nuova offerta. A motivare la traiettoria rialzista dei rendimenti, secondo Husain, sarebbe anche il fatto che la Federal Reserve, con il suo piano di QT-Quantitative Tightening che sta continuando a portare avanti, non blindi praticamente più la domanda del debito governativo made in Usa.
Intanto, sui mercati si assottigliano sempre di più le scommesse su un nuovo taglio dei tassi di 50 punti base da parte della Fed: dal CME FedWatch del 21 ottobre è emerso infatti che i mercati scommettono su un taglio di 25 punti base che porti i tassi a scendere al nuovo range compreso tra il 4,5% e il 4,75% nel prossimo meeting di novembre della Fed con una probabilità pari a ben il 99,4%: una certezza, insomma. Un segnale che da Wall Street continua a essere interpretato alla stregua di un attenti a riporre troppa fiducia nella reale disponibilità della Banca centrale americana a tagliare i tassi in modo significativo.