La guerra Usa in Somalia: quali sono i veri interessi di Washington?

Roberto Vivaldelli

11/04/2025

Gli Usa proseguono la guerra in Somalia, ma a Washington si discute il ritiro, mentre Mogadiscio offre il controllo dei porti sul Golfo di Aden.

La guerra Usa in Somalia: quali sono i veri interessi di Washington?

Prosegue la guerra degli Stati Uniti in Somalia. Un’operazione militare, iniziata nel 2007 come parte della «War on Terror» dell’amministrazione Bush, e che è proseguita sotto le amministrazioni Obama, Biden e Trump.

Alla fine di marzo, il Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM) ha annunciato domenica che le sue forze hanno condotto un attacco aereo contro operativi dell’ISIS nella regione nord-orientale del Puntland.

L’attacco, descritto come diretto contro “più” obiettivi dell’ISIS, ha causato la morte di diversi operativi, secondo una valutazione iniziale di AFRICOM. Il comando ha dichiarato che nessun civile è stato ferito, anche se non è possibile verificare quest’informazione in maniera indipendente.

Il dilemma di Washington

L’operazione sarebbe stata coordinata con il governo federale di Mogadiscio, sostenuto dagli Stati Uniti, sebbene il Puntland non sia sotto il controllo diretto del governo centrale. Nel frattempo, a Washington, secondo quanto riportato dal New York Times, si intensifica il dibattito sulla presenza americana nel Paese africano. Secondo alcune fonti, i funzionari del Dipartimento di Stato hanno proposto di chiudere l’ambasciata statunitense a Mogadiscio e di ritirare la maggior parte del personale americano come misura di sicurezza. Tuttavia, altri funzionari dell’amministrazione Trump, in particolare all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale, temono che tale mossa possa minare la fiducia nel governo centrale somalo, rischiando di provocarne un rapido collasso.

Queste preoccupazioni si nutrono dei ricordi di fallimenti di politica estera come l’attacco del 2012 da parte di militanti islamisti che travolsero la missione statunitense a Bengasi, in Libia, e il crollo improvviso del governo afghano durante il ritiro delle forze americane nel 2021. Riflettono, inoltre, il più ampio dilemma dell’amministrazione Trump nel definire una strategia per la Somalia, segnato da complesse dinamiche tribali, dove gli Stati Uniti conducono una guerra di bassa intensità contro il terrorismo da circa due decenni, con pochi progressi concreti.

Il dibattito vede contrapporsi due fazioni all’interno dell’amministrazione. Da un lato, il principale consigliere per il controterrorismo del presidente Trump, Sebastian Gorka, noto per il suo approccio aggressivo contro i militanti islamisti, spinge per un rafforzamento delle operazioni militari contro il gruppo Al Shabab. Dall’altro, elementi più isolazionisti della coalizione di Trump, stanchi delle “guerre senza fine” seguite agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, non vedono un interesse strategico significativo in Somalia e vorrebbero che l’amministrazione Usa si disimpegnasse dal conflitto somalo.

Cosa offre la Somalia

Il governo somalo sta facendo di tutto per convincere Trump a non abbandonare il Paese. In un audace tentativo di consolidare il sostegno degli Stati Uniti e impedire il riconoscimento delle regioni separatiste, il governo della Somalia ha infatti proposto a Washington il controllo operativo esclusivo di porti strategici situati sul Golfo di Aden, situato su una delle rotte marittime più importanti del mondo. Secondo una lettera del 16 marzo, visionata da Semafor, il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud ha scritto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, offrendo “risorse strategicamente posizionate” per rafforzare l’impegno americano nella regione.

L’obiettivo dichiarato è garantire agli Stati Uniti un accesso militare e logistico ininterrotto, impedendo al contempo a potenze rivali di stabilire una presenza in questo corridoio cruciale per il commercio e la sicurezza globale. La proposta arriva in un momento di crescenti tensioni nel Corno d’Africa, dove la Somalia lotta per mantenere l’unità nazionale di fronte a movimenti separatisti, come quello di Somaliland, e a sfide interne legate alla sicurezza, tra cui la persistente minaccia di gruppi armati come Al-Shabaab.

Tuttavia, c’è un problema. Il controllo dei porti sul Golfo di Aden è frammentato a causa della debolezza del governo federale. Ad esempio, il Porto di Berbera, il più significativo, situato nella regione autoproclamatasi indipendente del Somaliland, è sotto il controllo delle autorità di Hargeisa. Il Somaliland non è riconosciuto internazionalmente, ma gestisce il porto in modo autonomo. Dal 2016, la compagnia emiratina DP World ha investito massicciamente per modernizzare Berbera, ottenendo una concessione per la sua gestione. L’Etiopia, priva di sbocco sul mare, ha acquisito una quota del porto e lo utilizza come alternativa al porto di Gibuti per il suo commercio. Il governo somalo ne rivendica la sovranità ma de facto non lo controlla.