Acciaio e alluminio: i nuovi fronti caldi della guerra commerciale tra Usa e Cina

Federico Giuliani

28 Aprile 2024 - 06:59

L’amministrazione Biden ha chiesto di triplicare l’aliquota tariffaria esistente sull’acciaio e sull’alluminio cinesi. Ecco cosa potrebbe succedere tra Usa e Cina.

Acciaio e alluminio: i nuovi fronti caldi della guerra commerciale tra Usa e Cina

Si apre un nuovo capitolo nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina. L’amministrazione Biden ha chiesto di triplicare l’aliquota tariffaria esistente sull’acciaio e sull’alluminio cinesi, proprio mentre lo US Trade Representative’s office (USTR) ha annunciato l’avvio di un’altra indagine della Sezione 301 del Trade Act sui settori marittimo, logistico e della costruzione navale made in China.

Nello specifico, secondo quanto riportato da un comunicato della Casa Bianca, Joe Biden ha chiesto all’USTR di incrementare le tariffe sull’export di acciaio e alluminio provenienti da oltre la Muraglia dal 7,5 al 22,5%, oltre ad aver invitato alcuni rappresentanti a fare pressione sul Messico affinché il Paese impedisca il trasferimento dei due prodotti citati attraverso il proprio territorio per eludere le tariffe.

La mossa del presidente statunitense ha un chiaro sapore politico, visto che è arrivata poco prima di una visita al quartier generale della United Steelworkers Union a Pittsburgh, in piena campagna elettorale nella sfida che, il prossimo novembre, anteporrà lo stesso Biden a Donald Trump. In ogni caso, la nuova indagine è stata avviata dopo una petizione “seria e preoccupante” presentata da cinque sindacati nazionali che accusavano la Cina di utilizzare “politiche e pratiche sleali e non di mercato” per “dominare i settori marittimo, logistico, e i settori della costruzione navale”, per usare le parole dello stesso USTR.

“Le accuse riflettono ciò che abbiamo già visto in altri settori, dove la Cina utilizza un’ampia gamma di politiche e pratiche non di mercato per minare la concorrenza leale e dominare il mercato a livello globale”, ha affermato la rappresentante commerciale statunitense, Katherine Tai. Nuova tempesta in arrivo, dunque?

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La petizione di 137 pagine, insieme a centinaia di documenti giustificativi, è stata presentata all’ufficio USTR il 12 marzo. Elenca le azioni del governo cinese, tra cui la concessione di prestiti da banche statali, iniezioni di capitale e preferenze fiscali, nonché la fornitura di acciaio a prezzi inferiori a quelli di mercato e l’emissione di prestiti per sostenere la costruzione di migliaia di navi in Cina per l’esportazione. Evidenzia, inoltre, alcune pratiche “ingiuste” di Pechino, tra cui ordinare alle aziende cinesi di acquistare e utilizzare prodotti fabbricati in Cina, dirigere fusioni e bloccare alleanze con società straniere.

Cosa potrebbe succede adesso? È probabile che il gigante asiatico reagisca contro eventuali tariffe statunitensi più elevate. “L’entità della risposta della Cina dipenderà dall’impatto che avranno le ultime indagini statunitensi. Anche se la mossa è stata guidata dalle elezioni, la Cina non ne terrà conto nel formulare una risposta”, ha affermato Lu Xiang, ricercatore senior presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, al South China Morning Post.

Ricordiamo che questa è la prima importante proposta tariffaria sui prodotti cinesi da parte di Biden, che ha mantenuto tutte le tariffe inizialmente imposte sotto l’amministrazione di Trump. Dal canto suo, il ministero del Commercio cinese ha dichiarato di essere “insoddisfatto e fermamente contrario” e che le accuse avanzate da Washington “non hanno alcuna base fattuale”.

Numeri alla mano, a marzo il gigante asiatico ha aumentato le sue esportazioni di acciaio a 9,89 milioni di tonnellate – un aumento del +25,3% rispetto al marzo 2023 – e le sue esportazioni di alluminio greggio e prodotti in alluminio sono ammontate a 510.000 tonnellate, con un aumento su base annua del +3,1%. A febbraio, la Cina ha esportato solo 120.220 tonnellate di acciaio negli Stati Uniti.

Il nuovo fronte commerciale tra Usa e Cina

C’è dunque da considerare un aspetto non irrilevante: la quota cinese delle importazioni statunitensi di acciaio e alluminio è tutto sommato piccola, quindi anche se nuovi dazi dovessero sostanzialmente chiudere il mercato Usa a questi settori, l’impatto sul commercio complessivo tra Stati Uniti e Cina sarebbe limitato. Attenzione però al rischio di un possibile escalation sino-americana. Non è da escludere, infatti, che la mossa di Biden non possa segnare l’inizio di un nuovo ciclo di ritorsioni commerciali reciproche.

Al momento Corea del Sud, Vietnam, Filippine e Tailandia sono tra i principali mercati di esportazione dell’acciaio cinese. A proposito, il governo della Thailandia – la quarta destinazione più grande per le esportazioni di acciaio cinesi nel 2022 sulla base dei dati statunitensi – ha avviato un’indagine nel 2023 sull’acciaio laminato made in China per una possibile elusione delle misure antidumping dopo una denuncia presentata dai produttori di acciaio nazionali.

L’Unione Europea ha a sua volta avviato indagini anti sovvenzioni nei confronti dei produttori cinesi – in particolare quelli che producono veicoli elettrici – citando le stesse preoccupazioni di eccesso di capacità. “Mentre il governo cinese forse continuerà a spingere contro le tariffe statunitensi attraverso l’Organizzazione mondiale del commercio, è a vantaggio della Cina spostare le basi produttive all’estero per diversificare i potenziali rischi che potrebbero derivare da ulteriori indagini statunitensi”, ha dichiarato Zhou Chao, ricercatore del think tank Anbound. Certo è che il rischio di assistere ad un fronte 3.0 della Trade War tra Usa e Cina è quanto mai elevato.