La guerra dei dazi sulle auto elettriche cinesi: per l’Italia saranno solo guai

Guido Salerno Aletta

7 Settembre 2024 - 06:30

Occorre negoziare un meccanismo di copertura intraeuropeo: il peso delle ritorsioni deve ricadere sui Paesi che hanno determinato il conflitto commerciale.

La guerra dei dazi sulle auto elettriche cinesi: per l’Italia saranno solo guai

Quando ci sono scontri sul commercio internazionale, l’Italia fa sempre la parte del vaso di coccio, per il solo fatto di essere un Paese membro della Unione europea: è già successo in passato quando, pur non facendo parte del Consorzio Airbus, che vede alleate in campo aeronautico le industrie francesi e tedesche, anche le nostre esportazioni in campo alimentare verso gli Usa furono colpite con un pesante aumento dei dazi.

Il governo americano, sostenendo le ragioni della Boeing che a suo modo di vedere era stata penalizzata degli aiuti di Stato che Francia e Germania avevano concesso ad Airbus alterando la concorrenza, colpì duramente anche l’Italia per il solo fatto di appartenere all’Unione europea, nei cui confronti esiste un unico sistema di scambi internazionali e di dazi, che spettano come competenza esclusiva a Bruxelles.
Si sta ripetendo ora lo stesso copione con la Cina per quanto riguarda le ritorsioni che Pechino sta mettendo in campo per contrastare i dazi imposti dall’Unione europea nei confronti delle auto elettriche prodotte in Cina, a causa dei sostegni pubblici illegali di cui avrebbero beneficiato per anni i suoi produttori e che ora consentono di sbaragliare la concorrenza dei marchi europei ed americani.

Ci troviamo in una situazione che definire complessa è poco: la maggiore industria italiana, la Fiat, che è divenuta dapprima FCA dopo l’accordo con gli americani della Chrysler e poi Stellantis dopo l’accordo di fusione con i francesi della Renault, ha fortemente ridotto la produzione nel nostro Paese, privilegiando per ragioni di costo altri impianti stranieri come quelli polacchi di Thychy dove si producono la nuova 600, la nuova Avenger e l’Alfa Romeo Junior. Ora, l’azienda ha proposto ai lavoratori italiani una trasferta su base volontaria di due settimane al massimo ed adeguatamente remunerata, per coprire le esigenze di altri stabilimenti. Stavolta si tratta di trasferire alcuni lavoratori in Cassa integrazione di Termoli (Campobasso) a Mirafiori nel nuovo impianto di trasmissioni elettrificate che è in forte sviluppo, per far fronte alle esigenze di mercato.
Come se non bastasse, si registrano nuovi ritardi per quella che doveva essere la prima fabbrica italiana dell’era dell’auto elettrica dopo il fallimento dell’iniziativa della Silk-Faw in Emilia ed il modo in cui è naufragata anche quella di Italvolt ad Ivrea. Si tratta del rinvio dell’iniziativa al 2025 da parte di Automotive Cells Company (ACC), la joint venture formata da Stellantis, Mercedes e Total da realizzare nello stabilimento ex-Fiat di Termoli: il punto critico non sono gli incentivi pubblici, non in discussione, ma l’andamento insoddisfacente del mercato.

In pratica, se da una parte si rischia un flop dell’auto elettrica europea, con un danno emergente soprattutto per le industrie come quelle francesi e tedesche che hanno puntato su questa sfida mentre l’Italia è rimasta a fare da Cenerentola, la prospettiva di ritorsioni cinesi per via dei dazi imposti dall’Unione europea sulle auto elettriche potrebbe colpire ancora una volta ingiustamente il nostro Paese sul comparto dell’export alimentare.
Occorre negoziare un meccanismo di copertura intraeuropeo: il peso delle ritorsioni deve ricadere sui Paesi che hanno determinato il conflitto commerciale o che in ogni caso cercano di beneficiare dei dazi imposti da Bruxelles per proteggere le proprie produzioni.
E’ ora di essere scomodi, per non continuare a raccogliere le bucce da terra.