Germania-Cina: il legame economico e commerciale tra le due nazioni è più forte che mai, tanto da segnare un vero e proprio record l’anno scorso.
Gli investimenti diretti tedeschi nel dragone sono balzati del 4,3% raggiungendo il livello mai evidenziato prima di 11,9 miliardi di euro lo scorso anno e sono aumentati anche in percentuale degli investimenti complessivi del Paese all’estero, secondo i dati ufficiali della Bundesbank.
I dati sottolineano che le aziende della Germania continuano a investire in Cina, nonostante le richieste del Governo di ridurre la loro esposizione nella nazione asiatica nel tentativo di ridisegnare la mappa delle relazioni commerciali. L’interrogativo degli analisti se Berlino possa davvero fare a meno del dragone in una nuova era industriale resta quindi senza una chiara risposta e lascia molti dubbi sul futuro della Germania.
Perché la Germania non riesce a fare a meno della Cina
I numeri parlano chiaro: gli investimenti diretti in Cina in percentuale del totale degli investimenti tedeschi all’estero sono aumentati lo scorso anno al 10,3%, il livello più alto dal 2014, mentre gli investimenti diretti tedeschi nel resto dell’Asia sono rimasti stagnanti intorno all’8%.
Secondo il rapporto dell’istituto IW - elaborato sui dati della Busndesbank - ottenuto in esclusiva da Reuters, negli ultimi tre anni le aziende tedesche hanno investito nel dragone tanto quanto nei sei anni precedenti.
La Cina è stata inoltre il principale partner commerciale della Germania nel 2022 per il settimo anno consecutivo, con beni scambiati per un valore di quasi 300 miliardi di euro.
La bilancia commerciale tra i due Paesi, comunque, ha subito importanti cambiamenti e si è trasformata in un forte deficit (le esportazioni cinesi verso la Germania valevano 192 miliardi di euro nel 2022, contro quelle tedesche verso la Cina del valore di 107 miliardi di euro). Come sottolineato in una analisi di qualche settimana fa sul Financial Times, le imprese tedesche sono profondamente impegnate nel mercato cinese in termini di investimenti, produzione e vendite, nonché importazioni di prodotti e materiali essenziali.
Uno sguardo più approfondito fa emergere però dettagli non trascurabili sui rapporti tra le due nazioni. La percentuale di aziende tedesche che stanno uscendo dal mercato cinese o stanno pensando di farlo è più che raddoppiata raggiungendo il 9% negli ultimi quattro anni, secondo quanto rilevato da un sondaggio della Camera di commercio tedesca in Cina pubblicato il mese scorso.
Nel complesso gli investimenti diretti esteri tedeschi sono scesi lo scorso anno a 116 miliardi di euro dai circa 170 miliardi di euro del 2022, mentre la più grande economia europea era sull’orlo della recessione, afferma il rapporto IW.
Una Germania meno competitiva e in crisi industriale da una parte e una strategia occidentale mirata al de-risking, ovvero all’allentamento della dipendenza economica dalla Cina, dall’altra stanno rimodellando i rapporti tra Pechino e Berlino. Tuttavia, gli sforzi della Germania di costruire un sistema produttivo libero dagli scambi con il dragone il più possibile non possono tradursi in risultati di successo immediati.
In sostanza, il legame tra le due potenze è difficile da sciogliere e i numeri sugli investimenti lo hanno dimostrato.
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Il dilemma di Berlino: come trattare la Cina?
Diversificare le catene di approvvigionamento e i mercati di esportazione – in questo caso, dalla Cina – al fine di ridurre la vulnerabilità della Germania agli shock e alle pressioni esterne è l’imperativo anche di Berlino. Ma come si può concretizzare questo obiettivo?
Secondo un articolo dei due esperti Jürgen Matthes e Thomas Puls, la dipendenza dell’industria tedesca dagli input cinesi è ancora elevata, nonostante i tentativi di riduzione dei legami. Come sottolineato da una analisi sul Financial Times, le grandi aziende di settori come quello automobilistico, chimico, dell’ingegneria meccanica e dei dispositivi elettrici non possono passare bruscamente dalla Cina ad altri Paesi come fornitori di beni essenziali.
Infatti, come afferma la BDI, la federazione degli industriali tedeschi, la dipendenza della nazione dalla Cina per le terre rare e altre materie prime è ora superiore al legame con la Russia per petrolio e gas. L’India e i Paesi del Sud-Est asiatico sono talvolta citati come potenziali sostituti, sia come mercati che come fornitori, ma non hanno le dimensioni del mercato cinese e la sua infrastruttura matura.
La questione è molto spinosa per il Governo Scholz. All’interno della coalizione i politici sono divisi su quanto ridurre il rischio di esposizione alla Cina, con i socialdemocratici (SPD) che cercano tagli meno aggressivi rispetto ai partner minori della coalizione, i democratici liberali e i verdi.
Il cancelliere tedesco, intanto, si recherà proprio in Cina con una delegazione d’affari dal 15 al 16 aprile secondo indiscrezioni di Reuters. Scholz è stato nella nazione asiatica l’ultima volta nel novembre 2022, quando ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping, la prima visita in Cina di un leader del G7 dopo la pandemia di Covid.
Ricalibrare il rapporto con il dragone è una missione complessa, ma di vitale importanza per la potenza europea avvolta in una crisi economica profonda. Lo scorso luglio, il governo del Cancelliere Olaf Scholz ha pubblicato la prima strategia globale della Germania contro la Cina. “La Cina è cambiata. Come risultato di ciò e delle decisioni politiche della Cina, dobbiamo cambiare il nostro approccio nei suoi confronti”. Tuttavia, come far diventare questo cambiamento equilibrato - e capire quanto la Germania può fare a meno della Cina - è tutto da chiarire.