La fine dell’era dei tassi zero e la rivoluzione silenziosa del risparmio in Giappone

Redazione Money Premium

21 Luglio 2025 - 06:56

La svolta dei tassi d’interesse in Giappone sta rivoluzionando banche e risparmiatori: nuovi comportamenti, più concorrenza, e un’imminente redistribuzione generazionale della ricchezza.

La fine dell’era dei tassi zero e la rivoluzione silenziosa del risparmio in Giappone

Il Giappone sta attraversando un cambiamento epocale che i mercati globali e il suo stesso sistema finanziario iniziano solo ora a comprendere appieno: la fine dell’era dei tassi di interesse zero. Dopo decenni in cui il denaro non rendeva quasi nulla, il ritorno a tassi positivi ha attivato forze dormienti, scatenando una competizione mai vista nel settore bancario e spingendo i cittadini giapponesi a ripensare profondamente il loro rapporto con il denaro.

A marzo 2024, la Bank of Japan ha ufficialmente chiuso l’era dei tassi negativi, aprendo la strada a una nuova stagione di rendimenti, ma anche di rischi e opportunità. Da allora, il comportamento dei risparmiatori giapponesi sta cambiando radicalmente, così come quello delle banche, che ora competono con offerte concrete e innovative per attrarre i depositi.

Il mutamento non è solo economico, ma anche demografico. Entro il 2035, si prevede che circa 17,4 milioni di giapponesi — il 14% della popolazione attuale — moriranno, dando vita a una colossale ondata di trasferimenti ereditari. Questa «valanga» di denaro in movimento rischia di sconvolgere gli equilibri storici, poiché gli eredi non sembrano intenzionati a parcheggiare la propria ricchezza dove lo hanno fatto i genitori.

Questo fenomeno ha già dato un primo segnale concreto: la crescita esponenziale dei conti Nisa, un programma di investimento fiscalmente agevolato ispirato all’Isa britannico. A un anno dalla sua espansione, i conti Nisa sono saliti a 26 milioni, con un valore complessivo di 53 mila miliardi di yen (circa 368 miliardi di dollari). Molti di questi fondi sono stati indirizzati verso investimenti esteri, soprattutto in fondi indicizzati all’S\&P 500 e agli All Country Index, globalizzando l’influenza della cosiddetta «Mrs. Watanabe», il simbolo del piccolo investitore giapponese.

Anche gli asset manager nipponici stanno adeguandosi: quelli più grandi stanno acquisendo società di gestione nel Regno Unito e negli Stati Uniti, per portare in casa la gestione degli investimenti esteri. La mutazione del risparmiatore si riflette così nell’intera filiera finanziaria, fino alla politica di allocazione del debito pubblico.

Nel frattempo, il sistema bancario giapponese è stato scosso da una nuova energia competitiva. I tassi sui depositi vincolati a un anno — offerti anche da banche regionali e online — arrivano all’1,35%, quasi quattro volte superiori a quelli dei colossi bancari. Una differenza che spinge i clienti a muoversi, rompendo decenni di inerzia finanziaria. Per otto anni, il tasso medio sui depositi era stato dello 0,002%. Ora, tassi tra lo 0,6% e lo 0,8% sono diventati la nuova normalità.

Questa nuova mobilità ha conseguenze profonde anche sulla gestione del debito statale. Se in passato le banche potevano permettersi di acquistare bond governativi a lungo termine, oggi devono rivedere le loro strategie, adattandosi a orizzonti temporali di investimento più brevi. Questo potrebbe avere effetti notevoli sulla curva dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi e sulla stabilità finanziaria complessiva.
Siamo ancora agli inizi, ma il processo è inarrestabile. Il Giappone sta vivendo un momento storico in cui i risparmi si muovono, gli investimenti cambiano volto e la concorrenza finanziaria si risveglia.