La Fed ha fatto la sua mossa. E adesso tutto potrebbe cambiare

Tommaso Scarpellini

17 Settembre 2026 - 19:13

Fed alza i tassi e rimanda il 2% al 2029. Tre anni di incertezza tra BTP, inflazione e capital preservation: il mercato potrebbe non avere ancora scontato tutto.

La Fed ha fatto la sua mossa. E adesso tutto potrebbe cambiare

La Federal Reserve ha appena spostato il traguardo del 2% di inflazione al 2029: ma cosa significa concretamente per chi oggi ha risparmi, investimenti o un portafoglio costruito negli anni?

Mentre la Fed alza i tassi per domare i prezzi, il meccanismo che ne deriva potrebbe trasformarsi in un ambiente particolarmente insidioso per chi ormai si è abituato agli ultimi anni di mercati calmi.

Il rialzo di settembre e le proiezioni ufficiali

Il 16 settembre 2026 il Federal Open Market Committee ha alzato il tasso sui federal funds di 25 punti base, portando il corridoio obiettivo al 3,75%-4,00%. Secondo il Summary of Economic Projections, il tasso mediano rimarrebbe al 4,1% per tutto il 2027, per poi scendere gradualmente al 3,9% nel 2028 e al 3,6% nel 2029. Il PCE, ovvero il Personal Consumption Expenditures price index, si collocherebbe al 3,7% nel 2026 e rientrerebbe al 2,0% soltanto alla fine del 2029.

Non siamo di fronte a uno slittamento di qualche trimestre: l’orizzonte ufficiale prevede tre anni interi durante i quali i prezzi rimarrebbero strutturalmente al di sopra del target. La componente core del PCE, che esclude energia e alimentari freschi e viene considerata l’indicatore più affidabile delle pressioni di fondo, si attesterebbe al 3,4% nel 2026 e ancora al 2,5% nel 2027, per tornare al 2,0% soltanto nell’ultimo anno della finestra previsionale.

Le ragioni strutturali della persistenza inflazionistica

Le forze che alimenterebbero la resistenza dell’inflazione non sarebbero congiunturali né riconducibili a un’unica causa. Le tensioni geopolitiche tra Stati Uniti, Israele e Iran avrebbero spinto il prezzo del gasolio al picco storico di $6,31 al gallone. Gli investimenti massivi nei data center per l’intelligenza artificiale avrebbero generato pressioni sui costi nelle catene di fornitura legate ai semiconduttori.

Le barriere tariffarie continuerebbero ad agire come una forma di tassazione implicita sui beni importati, trasmettendosi ai prezzi al consumo. Tre vettori distinti, ciascuno con una propria dinamica, nessuno dei quali apparirebbe risolvibile attraverso la sola leva del costo del denaro nel breve termine. Da qui la scelta di posticipare il target al 2029.

Il dot plot e il tasso terminale

Il dot plot, il grafico a punti attraverso cui i diciotto membri del FOMC esprimono le rispettive attese sui tassi, fotograferebbe una distribuzione tutt’altro che uniforme. Dodici membri prevedrebbero un ulteriore rialzo da 25 punti base entro fine 2026, quattro ne vorrebbero addirittura due, e soltanto due si dichiarerebbero soddisfatti del livello attuale. Il tasso terminale mediano per quest’anno si posizionerebbe quindi al 4,1%, con il corridoio obiettivo proiettato al 4,00%-4,25%.

La vera svolta strutturale potrebbe però risiedere altrove: il tasso neutrale di lungo periodo stimato dalla Fed sarebbe salito al 3,2%, segnalando che l’era dei tassi prossimi allo zero potrebbe essere architettonicamente conclusa, non soltanto sospesa in attesa di migliori condizioni cicliche.

Le implicazioni per BTP e obbligazioni a lunga scadenza

Tra tassi e prezzi obbligazionari vige una relazione inversa: quando i rendimenti di mercato salgono, il valore dei titoli già emessi si comprime, poiché questi offrono cedole inferiori rispetto alle nuove emissioni. Il Treasury decennale americano si sarebbe già portato attorno al 5,00%, mentre il biennale viaggerebbe al 4,74%. Chi detiene BTP a lunga scadenza acquistati negli anni di tassi bassissimi potrebbe trovarsi a gestire portafogli che, valutati ai prezzi correnti di mercato, mostrano minusvalenze latenti per un periodo considerevolmente prolungato.

In un contesto in cui i tassi potrebbero rimanere elevati almeno fino al 2028-2029 secondo le stesse proiezioni ufficiali, il rischio duration, ovvero la sensibilità del prezzo obbligazionario alle variazioni dei tassi, diventerebbe un parametro non più trascurabile per l’investitore retail orientato alla conservazione del patrimonio. Le obbligazioni indicizzate all’inflazione potrebbero adattarsi diversamente a questo scenario rispetto ai titoli a cedola nominale fissa, ma anche in quel caso la dinamica dipenderebbe dal punto di ingresso e dalla struttura della curva dei rendimenti reali.

Cosa ci aspetta a partire da ora?

Tre anni potrebbero sembrare un orizzonte lontano, ma per un investitore rappresenterebbero esattamente il cuore del periodo in cui le scelte di oggi producono effetti concreti e duraturi. La Fed non starebbe sbagliando qualcosa: starebbe semplicemente ammettendo, con rara franchezza istituzionale, che il rientro dell’inflazione al 2% richiederà tempo, pazienza e tassi elevati più a lungo di quanto molti avrebbero sperato.

In questo contesto, potrebbe valere la pena interrogarsi su quanto del proprio portafoglio sia effettivamente allineato a uno scenario di tassi strutturalmente più alti e inflazione sopra il target fino al 2029: la liquidità che non rende abbastanza, i titoli obbligazionari a lunga scadenza acquistati in anni di tassi bassi, gli strumenti indicizzati che potrebbero adattarsi diversamente al nuovo equilibrio.

Non si tratta di allarmarsi, ma di aggiornare la mappa con cui si naviga: perché il territorio, secondo le stesse proiezioni della banca centrale più importante al mondo, sembrerebbe cambiato in modo non temporaneo.